LOUIS DE WOHL, La lancia di Longino. La storia straordinaria di un uomo comune, Rizzoli, Milano 2016, p. 472, € 13

di Gianandrea de Antonellis

 

La casa editrice Rizzoli, nella storica collana Bur, sta riproponendo i romanzi storici, di argomento religiosi, scritti da Louis de Wohl (1903-1961). Quelle dello scrittore tedesco (ma naturalizzato inglese) sono biografie di uomini illustri (L’ultimo crociato, su don Giovanni d’Austria, l’eroe di Lepanto), di filosofi (La liberazione del gigante, su San Tommaso – il “gigante” è Aristotele, liberato, cioè cristianizzato dall’Aquinate), di santi (La mia natura è il fuoco su Santa Caterina, La città di Dio su San Benedetto, La gloriosa follia su San Paolo, Il gioioso mendicante su San Francesco), tutti personaggi dalla biografia ben nota. In questo caso, invece, l’autore si confronta con un soggetto quasi “mitologico”: il centurione che assisté alla crocifissione di Nostro Signore ed affondò la lancia nel Suo costato per constatarne la morte. Di lui, storicamente, sappiamo ben poco: ci è stato tramandato solo il nome, Cassio Longino, e nulla più. Quasi tutto il resto di quanto ci è noto proviene dalla duecentesca Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, che è alla base dell’agiografia corrente e la quale, peraltro, dedica al Santo (ricordato dalla Chiesa il 16 ottobre) solo poche righe, quasi tutte incentrate sul suo martirio, avvenuto alla fine di ventotto anni di vita monastica intrapresa dopo la conversione sul Golgota e la decisione di lasciare l’esercito.

 

Louis de Wohl – che peraltro decide di incentrare il suo romanzo sulla vita di Longino precedente all’incontro con Cristo – parte quindi da questi scarni spunti per costruire quello che, pur essendo rispettoso dei tratti essenziali dei principali personaggi storici presenti in primo piano (a partire da Ponzio Pilato, naturalmente, e da sua moglie Claudia Procula fino ad Erode e ai membri del sinedrio) e sullo sfondo (Tiberio e il suo intimo ed infido consigliere Seiano), è un lavoro in massima parte di fantasia. Forse proprio per questo, per non essere costretto da troppi “paletti”, riesce a tessere una trama estremamente coinvolgente, che affascina il lettore fin dalle prime pagine e che s’incastra perfettamente nella narrazione dei Vangeli.

Così seguiamo le vicende di un giovane dal brillante avvenire militare e sociale (i Longini erano una conosciuta famiglia dell’aristocrazia romana) che per salvare il padre dalla prigione per debiti decide di offrirsi come schiavo, rinunciando a tutto per pagare gli esosi creditori. Purtroppo il vecchio sarà presto ucciso dal suo persecutore e Cassio vivrà il resto della propria esistenza con l’impressione dell’inutilità del suo gesto e, quindi, con l’unico scopo di riuscire a vendicarsi dei nemici della sua famiglia. Ma su di lui esiste un disegno divino che lo porterà alla redenzione: l’atto di amore nei confronti del padre, lungi dall’essere un sacrificio senza senso – degno di una vita altrettanto senza senso, in cui l’elemento religioso è una pura formalità fatta di sacrifici a divinità che palesemente non esistono – è invece un momento fondamentale per il suo cambiamento esistenziale.

Con una “leggerezza” ante litteram alla Calvino (nel senso di Italo, non di Giovanni!), l’autore fa passare tra le sue pagine alcuni fondamentali insegnamento evangelici che fanno del romanzo un’opera educativa che non rischia mai, però, di essere didascalica (tra parentesi, va notato come questo sia un errore frequente e dal quale poche opere narrative riescono ad essere esenti: tra queste, in Italia, i capolavori di Carlo Alianello). Così seguiamo il protagonista in un percorso di crescita al termine del quale, dopo essersi liberato dalla schiavitù fisica, si libererà da quella morale e religiosa, abbracciando con piena coscienza la vera Fede.

 

 

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