Prefazione di Tommaso Romano a "Umanesimo e crisi moderna nel pensiero fi G. A. Borgese" di Luciano Schimmenti (ed. Thule)
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- Category: Scritture
- Creato: 01 Aprile 2026
- Scritto da Redazione Culturelite
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A partire da Francesco Petrarca possiamo riprendere criticamente l’Umanesimo senza sottometterci allo storicismo e, di conseguenza, senza cadere nell’abisso incapacitante dell’idea della caduta senza possibilità di redenzione. Peggio ancora è la lettura del falso tradizionalismo e del reazionarismo, che vede ovunque decadenza e solo nichilismo in un’epoca sbrigativamente tutta incentrata sul “moderno”, definito come crisi. Ma la crisi è anche passaggio e movimento.
Le cose dell’uomo, del mondo e dell’universo non si possono definire con le lenti dell’ideologia. Anche la fantastica età dell’oro, come pure quella delle cattedrali e dei castelli, va storicamente valutata e non assolutizzata. In ogni epoca si ritrovano, sempre uguali e al tempo stesso sempre diverse, le forme della parabola naturale di ogni singola esistenza, pur nella stretta relazione con gli altri e con il mondo.
La luce illumina ogni periodo e presuppone ciò che pure si manifesta non solo atmosfericamente: l’ineluttabile presenza dell’ombra, del buio e delle tenebre. Tale alternanza crea la realtà della visione e della civiltà, che insieme alle pietre dei templi conosce anche la rovina. Tuttavia permanente rimane lo stupore della risorgenza, della scoperta, della novatio del pensiero.
Semi di umanità che si fa parola e scrittura germogliano anche dopo i roghi e dopo Hiroshima. La poesia non muore ad Auschwitz e continua a battersi, non solo a parole, per la libertà, insieme alla denuncia dell’ignominia e della resa morale. È l’eterna promessa biblica — non soltanto mitico-simbolica — che attraversa la controversia tra vita e morte nello statuto stesso dell’essere umano e, quindi, dell’umanità.
Da Leonardo da Vinci a Caravaggio, da Boccioni a Faggin: tessere complesse, certo, difficili da collocare e da collocarsi nel posto giusto nell’immenso mosaico della storia, che pure talvolta sembra volerle distruggere.
Questa è la premessa per sostenere che l’Umanesimo non si può mai concludere. Esso esisteva prima di Petrarca ed è ancora vivo oggi, forse più di quanto si sia disposti a pensare o ad argomentare.
In tale rivisitazione dell’umanesimo, riconsiderato oltre le strettoie delle periodizzazioni, rimane centrale il soggetto attivo e pensante, capace di teorizzare i quanti e di affinare, senza paura, l’Intelligenza Artificiale, sua creazione dinamica, con la consapevolezza — non sempre palese — di essere Imago Dei e non semplici altezzosi Prometei.
Un equilibrato antropocentrismo è infatti alla base della civiltà.
Mirabile e straordinariamente efficace nella sintesi tanto pregnante è il presente studio di Luciano Schimmenti, intellettuale e artista libero, che ci aveva già consegnato un saggio paradigmatico e limpido su Giuseppe Antonio Borgese, dal titolo L’antizarathustra. Tempesta nel nulla di Giuseppe Antonio Borgese.
Borgese — come sottolinea Schimmenti — è un poligrafo eccezionale, non soltanto l’autore di Rubè, pur immenso. Borgese è l’antizarathustra perché si oppone, con l’autentico e non contraffatto umanesimo suo, al superomismo, riannodando i fili: ora più legati a Tommaso Moro, ora più chiari nei contorni dei dissidi attraverso la responsabilità che gli deriva dalla sua teorizzazione dello Spazio Unificatore.
In tale prospettiva egli rintraccia e attualizza nessi tra letteratura e filosofia, teologia, arte e storia, individuando nell’indicazione storica un fondamento e una scelta anche nell’ambito statunitense.
La crisi del moderno va compresa, in Borgese e più in generale, a partire dal termine greco krisis, che significa decisione, scelta, ed è legato al verbo krinein (giudicare, discernere). Nella medicina antica la “crisi” era il momento decisivo della malattia: quello in cui il paziente o moriva oppure iniziava a guarire. Non era lo stato di sofferenza in sé, ma il punto di svolta.
Senza crisi non c’è risoluzione; c’è soltanto una stasi infinita. Vedere la crisi come passaggio significa dunque cambiare prospettiva per trovare nuove soluzioni, anzitutto attraverso la consapevolezza.
Così Schimmenti, con acribia e rara capacità narrativa, rintraccia e argomenta di Borgese brani e aforismi, fatti e opinioni, cosciente di avere già svolto — in altra sede — la ricomposizione pressoché completa della sua biografia autentica, non puramente archivistica. Emergono evidenziazioni peculiari e movimenti interpretativi anche radicali che restituiscono il Borgese più autentico.
L’itinerario di Luciano Schimmenti è anche intimamente legato al suo senso proprio di intellettuale e fotografo indipendente dalle consorterie, anche pseudo-accademiche.
Tutto ciò si iscrive in un lavoro di elaborazione culturale alto e coerente con la prospettiva di un Umanesimo che si rapporti alla socialità e al trascendente e che valorizzi il diritto umano sulla linea di Kant, contro ogni instabilità bestiale e violenta e contro il primato — in ogni dominio — della quantità.
Borgese, come ogni pensatore che si misura onestamente con l’umano, rientra pienamente in questa linea, seppur accidentata, delle nuove e necessarie sintesi umanistiche, in grado di non soccombere alla furia distruttiva che pure ci circonda.
Schimmenti fa così rifulgere — per riprendere la sua stessa immagine — l’oro dal piombo, con uno stile essenziale e sgombro da retoriche e dogmatismi, giungendo al cuore — anche attraverso le vicende biografiche, politiche e più strettamente personali — di una figura che sta al pari dei giganti novecenteschi.
La stessa condizione umana di Borgese si pone in stretta relazione con la Weltanschauung per la quale egli si batte solitario e determinato, senza infingimenti e senza virtuosismi, ma con coraggio, in dimensioni epocali.
Anche l’incontro di Borgese con Elisabeth Mann, figlia di Thomas Mann, è ben collocato da Schimmenti nel testo, all’interno di questa parabola nodale dello scrittore.
L’auspicio di chi scrive è che, grazie al lavoro di Schimmenti, si possa riannodare l’architettura creativa e politica del pensiero di Borgese umanista, al servizio della causa dell’uomo e della sua centralità ontologica nella libertà e nel diritto. Un orizzonte politico-sociale talvolta plausibile, talvolta utopico, ma comunque proteso verso nuove e successive stagioni unificatrici per l’umanità, troppo spesso vittima di violenza, guerre e atti gratuiti.
In questa chiave il messaggio di Borgese supera il cosiddetto pensiero debole e si fa universale, degno di una giustizia e di un’etica da intendersi anzitutto come valore e misura umana.





