“Raffaele Carrieri, una poesia nata a Palermo” di Nicola Romano

Il divertimento di chi scrive consiste, a volte, nel tirare fuori dalla penombra degli autori che, per chissà quali motivi non ben definiti, non hanno goduto a pieno di una giusta fama o di adeguati riconoscimenti, e che in ogni modo vanno segnalati per quella che è la valenza della propria opera. E’ il caso di Raffaele Carrieri, poeta tarantino dalla produzione molto ricca e frammentata e con un vissuto molto articolato. Nasce a Taranto nel 1905, ed appartiene quindi alla leva dei Libero De Libero, dei Leonardo Sinisgalli, dei Cesare Zavattini, dei Dino Buzzati e di Alberto Moravia ma, diciamolo subito, con questa leva non avrà nulla a che vedere, non vi saranno infatti parallelismi letterari nel genere o dei fermenti comuni, anzi Carrieri è risultato essere uno scrittore italiano atipico del primo Novecento, non avendo assimilato per niente alcuna lezione dell’ermetismo, del futurismo o del neo realismo, ed essendosi anche trovato uno spazio nella cultura europea del tempo. Ma può anche darsi che questa miscellanea di culture e di influenze abbia segnato una forza e un limite in Raffaele Carrieri, che ora come ora non può forse essere catalogato in nessuna corrente e in nessun “ismo” di maniera.
Già a quattordici anni abbandona gli studi tecnici, scappa da casa e clandestinamente s’imbarca per l’Albania dove rimane alcuni mesi. Da qui prosegue a piedi per il Montenegro. Il suo gusto per il nomadismo e per l’avventura lo portarono a soggiornare a lungo all’estero. Nel 1920 è a Fiume con D’Annunzio: durante le Cinque Giornate viene ferito alla mano sinistra. Dopo un breve soggiorno a Taranto s’imbarca nuovamente, visita così i porti del Mediterraneo ed alcune città della costa africana. Tornato in Italia, lo troviamo per due anni gabelliere a Palermo. Ed è proprio qui che comincia a scrivere le sue prime poesie che poi faranno parte della raccolta di esordio intitolata Il lamento del gabelliere, uscita con le Edizioni d’arte Toninelli nel 1945, con la prefazione di Carlo Bo. Nel 1923 si stabilisce a Parigi ed entra in contatto con i maggiori poeti e artisti dell’avanguardia internazionale, avviando così la sua formazione letteraria e la sua passione per la pittura. E fu proprio quest’avanguardia europea (da Apollinaire ad Esenin) a suggestionare la maggior parte delle sue prose e delle sue poesie.
Dopo il soggiorno parigino (una suggestiva testimonianza di questo soggiorno rimane lo splendido testo intitolato Calepino di Parigi), compie frequenti viaggi in Europa e dal 1930 si trasferisce a Milano, dove fu tra i protagonisti della società culturale degli anni ’30 accanto a Persico, Garrone, Veronesi. Particolarmente significativa è stata pure la sua attività di critico d’arte sulle maggiori pubblicazioni italiane e straniere, e nel 1945 ha fondato e diretto il mensile artistico e letterario “Le tre arti”. Per diversi anni è stato critico teatrale di “Milano sera” e critico d’arte su “Epoca” sin dall’inizio della fondazione della rivista.
Carrieri ha scritto oltre 50 volumi fra saggistica e narrativa, alcuni dei quali tradotti e pubblicati all’estero, ed inoltre alcune monografie su poeti e pittori testimoniano il suo intenso scambio culturale ed umano con l’arte europea. Nel 1953 gli è stato conferito il premio Viareggio per la poesia, con la raccolta Il trovatore edita da Mondadori. Nell’edizione di quell’anno furono pure premiati Carlo Emilio Gadda, Anna Maria Ortese e Mario Rigoni Stern con una sua opera prima. Seguirono nel 1959 il Premio Cianciano per Il canzoniere amoroso, e nel 1967 il Premio Tarquinia-Cardarelli per Io che sono una cicala. Altro contatto con la Sicilia lo ebbe a Taormina nel 1970, in occasione di un premio internazionale che gli venne conferito per l’opera Stellacuore.
In sintesi, nella poesia di Carrieri non sembra esserci separazione tra il carattere vulcanico dell’uomo e la forma espressiva che assume i battiti di un tempo ben definito ed incalza sempre di più fra i dettagli di una vita vissuta con mesta allegria e con raffinata ironia. La sua poesia è scaltra e innocente, è spontanea e genuina ed ha il pregio-difetto di chi si offre agli altri porgendo la nuda guancia della propria sincerità. Siamo in presenza di una poesia robusta, a volte contrassegnata da un “barocchismo” consapevole e comunque controllato, e che però può offrire il fianco a qualche fraintendimento letterario se molti generi si fondono e talora si scontrano negli esiti formali adeguati ad un poeta “acrobata”. Il gioco di rime che promette cadenze tradizionali ma che poi, invece, non assicurano nessuno schema metrico omologato, rendono creativa e personale una composizione non di occasione, ma una composizione ricca di armonia interna e di funzione vitale.
Un poeta che affascina sin dal primo incontro con i suoi versi carichi di sofferenza, nonchè di salvifica ironia. Considerata la sua complessa opera, e prendendo a pretesto quel suo breve ma proficuo soggiorno palermitano, la Commissione Toponomastica di Palermo già nel 1994, su mia proposta, gli ha opportunamente intestato una strada del quartiere Settecannoli.
 
da «Il lamento del gabelliere»
 
Mio limone
 
I tuoi rami sono lunghe
Mani di ragazze more
Il cui polso garrulo suona
Di verzicanti bracciali
 
Il tuo profumo è una scala
Di tondi lisci gradini
Che corrono a chiocciola
Intorno alla luna
 
La tua foglia è tre volte
Verde come una verde
Bandierina d’alga
Di domenica siciliana
 
Il tuo frutto ha sapore
Di navigli nuovi
Che prendono il mare
Con risa fanciulle
 

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