Recuperi/1 - "Cristina Campo: poesia e mondo di necessità" di Gigi Mancuso

“Pure, con diversi pretesti e sotto vari colori, mi sembra che il libro ripeta da un capo all’altro un unico discorso: E o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, una professione di increduli­tà nell’onnipotenza del visibile.

.... Nella camera dipinta dei nostri vecchi pittori era co­mune che figure dissimili, dalle varie pareti, alludessero con lo stesso gesto a un solo centro, un solo ospite assente o presente ”.

Questa presentazione che Cristina Campo antepose, nel 1971, alla raccolta di saggi “Il Flauto e il Tappe­to”, potrebbe, senza eccessivo arbitrio, dilatarsi a comprende più grande parte della sua opera, svelandosi come una delle chiavi di lettura del personaggio, di quella curiosità così appassionata del mondo, della Storia e delle tanto dissi­mili vicende degli uomini, mai disgiunta dall’attenzione verso gli interrogativi cui ogni figura del mondo, ogni manifesta­zione dello spirito costantemente rimanda.

Il filo sotteso a grande parte del suo vissuto letterario è costantemente in tensione tra queste antinomie: una attenzio­ne dedicata alle variegate manifestazioni dello spirito umano e, insieme, la percezione di una profonda ed immutabile con­dizione del vivere che accomuna da sempre le esperienze del­l’uomo e verso la quale esse convergono.

Questo sguardo discreto ma, insieme, concentrato e prote­so a penetrare oltre gli innumerevoli segni verso quanto di più profondo tutti li accomuna e li genera, Cristina portò ovunque con sé: nell’accostarsi alla musica gregoriana.ed agli scoscesi anacoreti del deserto si mosse con la medesima di­sposizione di spirito (ed “imperdonabile” familiarità) con cui si intratteneva con Cechov, Borges o con gli amici Williams ed Alessandro Spina.

È in questo specialmente, il nocciolo della sua libera ed inquietante poetica ed anche del modo assai personale, e pas­sionale, con cui intese il mestiere di critico.

Quanto accomuna, per Campo, le differenti manifesta­zioni dello spirito umano, componendo figure diverse in un unico vasto affresco del mondo, riconducendo siti ed angoli dispersi a luoghi comuni dell’anima, è la insopprimibile esi­genza, quasi un istinto, a gettare la speranza oltre il mondo di necessità. “Vedere il mondo com’é’ - essa scriverà - “ i nostri simili come sono, e insieme tentare di leggerli altrimenti, di decifrarne il gigantesco significato geroglifi­co con la sola chiave che ci sia data: la forza di accettare l’ordine del mondo e ciò che di continuo lo supera”.

E con questa “intenzione” che la scrittrice interroga la poesia, musica, favole, miti, esperienze religiose di ogni tempo e regione, perché è proprio questa, per lei, l’intenzione profonda che - spesso inconsapevolmente - ha sospinto scrittori, poeti, asceti, uomini di scienza e tutte le proteiformi manifestazioni dello spirito umano nel tempo.

Poco importa, per Cristina, che “l’ospite” cui differenti figure alludono sia “pre­sente od assente”, perché egli è, in ogni modo; incarna e dà corpo a quella “ dissi­denza verso l’ordine del mondo e delle sue regole” che insiste insieme alla scrittura del miscredente Cechov, di Borges, di Proust, non meno che nella poesia religiosa di Donne o di Giovanni della Croce.

La tentazione di definire questa particolare visione della Storia e dell’Arte in una cornice di misticismo o di religiosità dichiarata, cade, paradossalmente, proprio quando ci si accosti proprio a quelle pagine (“Introduzione a Detti e Fatti dei Padri del Deserto”, “Racconti di un Pellegrino Russo”) che esplicitamente proprio a tali esperienze si rapportano.

Per Campo infatti la solitudine inaccessibile dei Padri del Deserto si svela, pur nella sua inimitabilità, allusiva essa stessa di una comune e diffusa condizione del vivere, e ancora, come esemplificazione insieme solare ed enigmatica di quella "in­credulità nell’onnipotenza del visibile” che ha attraversato il corso profondo della Storia e che, per Cristina, ha continuato ad esserne sorgente.

E questa stessa intuizione velatamente suggerisce nelle epigrafi che suggellano molti suoi scritti: “I cancelli furono dapprima il termine del mondo... e dietro ogni cosa appariva alcunché di infinito”, ovvero; “Tutto ciò insinua qualcosa, vuol indi­care qualcosa”.

Così è per le Favole, questo distillato di antica saggezza su cui la scrittrice ripetutamente ritorna (“Della Fiaba”, “Una Rosa”, “La Storia della Città di Rame”, In medio Coeli”).

Esse, per Campo, vanno ripetendo nel tempo, nei linguaggi diversi di terre nelle quali, come arbusti spontanei sono cresciute, la medesima verità: “La caparbia, inesausta lezione delle Tabe è dunque la vittoria sulla legge di necessità, il passaggio costante a un nuovo ordine di rapporti e assolutamente nient’altro, perché assoluta- mente nienfaltro c’è da imparare sulla terra”.

Questo è il senso antico e sempre ritrovato di ogni favola, ed il segreto del loro fascino perenne. “A chi va, nelle fiabe, la sorte meravigliosa? A colui che senza speranza si affida all’insperabile..., chi si affida non conta su eventi particolari perché è certo di un ’economia che racchiude tutti gli eventi e ne supera il significato come l’arazzo, il tappeto simbolico supera i fori e gli animali che lo compongono ”. E ancora; “Vince nella fiaba il folle che ragiona a rovescio. Crede costui al cammino delle acque, alle mura traversate da uno spirito ardente. Crede, come il poeta, alla parola: crea dunque in essa, ne trae concreti prodigi”.

Di quanti confidano nella parola, traendone “concreti prodigi”, i poeti, Cristina ripropone con saggi o traduzioni perfette la sua personale lettura. Che è, comunque, sempre lettura rigorosa e fedele. Perché, di ogni scrittore che accosti, non osai mai sfumare il profilo, non lo sfigura o viola seppure lo iscrive in un più vasto cerchio poetico, in una “unica, vasta, abitata cornice, nelle sue simmetrie e dissimmetrie, proporzioni e sproporzioni...vita, come il nascosto, misterioso principio di ogni cosa ”.

Gli scritti su Williams, Donne, Borges, Cechov ripropongono tutti una lettura puntigliosamente fedele dell’opera e, insieme, il tentativo di leggerne l’essenziale. Quello che, in misura diversa, per Campo, le accomuna in una medesima cifra poetica.

Il saggio su Anton Cechov: “Un Medico”, è forse quello che ancor più degli altri esemplifica l’incastro sorprendente dei differenti piani di lettura, la misura perfetta con cui una interpretazione libera e, in certo modo, “ a specchio”, sa essere assoluta fedeltà ai testi.

Non senza ragione la prima stesura del saggio era apparsa, su “La Chimera”, nel 1954, con un differente titolo: “Un medico: ordine del mondo nei racconti di Cechov”. E, appunto, anche qui, l’ordine del mondo che vincola i rapporti tra gli uomini, “una coscienza perfetta delle leggi di necessità che ci governano” e, insieme - negli spazi d’ombra della narrazione, come in un sfondo appena percettibile - lo spiraglio dischiuso sulle “ innumerevoli possibilità di riscatto dalla legge di necessità: isegni e ipresentimenti di una carità naturale, dimenticata e caparbia”, per Cristina Campo, la cifra più autentica dello scrittore: “il muro di cinta della città di Cechov’.

Per affrontare simili itinerari Cechov non porta che un solo strumento con sé: “la Attenzione”. “Cechov ha occhi apertissimi, occhi eroicamente attenti” - scrive Campo. Ed è nella Attenzione con cui, da medico ha imparato a guardare il mondo senza ritirarsi (“una attenzione esercitata è una ferita aperta a tutte le frecce, una sorta di continua passione”) che Cristina coglie il presagio, avvertibile in Cechov seppure mai dichiarato, di un possibile differente modo di stare tra gli uomini. Che non è poi altro, per la scrittrice, che quel che consente ai suoi personaggi di conser­vare, malgrado tutto, “l’ultima libertà: soffrire consapevolmente la distanza che li separa dal bene”.

“Attenzione e Poesia” è il titolo di un saggio anch’esso del 1954, che esplora il percorso che connette, per Campo, Realtà e Verità, il mondo come appare con ciò che “di continuo lo supera”.

La Attenzione, lo sguardo fermo e disincantato sul mondo, è, per Cristina Cam­po, la sola strada, la strada obbligata della Poesia. “La Attenzione è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero... è solidamente ancorata nel reale, e soltanto per allusioni celate nel reale che si manifesta il mistero. I simboli delle sacre scritture, dei miti, delle fiabe, che per millenni hanno nutrito e consacrato la vita, si vestono delle forme più concrete di questa terra”. E, ancora: “Davanti alla realtà l’immaginazione indietreggia. La Attenzione la penetra invece, direttamente e come simbolo. Essa è, alla fine, la forma più legittima, assoluta di immaginazione. Importa poco se a questo attimo creatore, nel quale si compie l’alchimia della perfetta attenzione, conducano luoghi e dolorosi pellegrinaggi; o se scaturisce da un’illuminazione. Tali lampi non sono se non quella scintilla che la attenzione sollecita e preparai”.

La Attenzione solamente è, quindi, in grado di connettere “Il mondo com’è” con quella scommessa a poterlo leggere altrimenti che è, nella concezione di Campo, il senso della Poesia. Ed è della Poesia la capacità di donare agli uomini conforto della bellezza: “La Poesia non aiuta a vivere se non in virtù della bellezza ’ (“La Bellezza salverà gli uomini” aveva scritto Dostoevkij, uno scrittore a lei congeniale). “Poesia geroglifica e bellezza”, scrive ancora Cristina, inseparabili e indipendenti.

Sentire la giustizia di un testo molto prima di averne compreso il significato, grazie a quel puro timbro che è solo del più nobile stile”.

Poesia come “sapore massimo di ogni parola ”, scriverà altrove.

Mondo reale ed Arte misteriosamente rimandano insieme alla necessità della Bellezza: ” Come nella natura che è bella solo per necessità, cosi anche nell’arte della bellezza è un soprammercato, è il frutto inevitabile della necessità ideale”.

Così, per Cristina Campo, Attenzione e Poesia valgono a trasfigurare il duro “mondo di necessità” nella necessità della Bellezza.

Una concezione dell’Arte come lettura “altra” della realtà, come esigenza di ciascuno, irrimediabilmente personale, di leggere con occhi nuovi la Storia, come dissidenza dal “mondo di necessità”, è palesemente, quanto di più antitetico possa esservi rispetto ad una estetica storicistica che proprio col mondo reale ambisce confrontarsi, che puntualmente connette l’artista al tempo, ricercando minutamente i legami tra contesto ed opera d’arte.

Così iscrivendola in una cornice di causalità (“mondo di necessità, direbbe Cam­po)

Questa estetica, egemonica ai tempi di Cristina Campo, e lo spirito con cui la scrittrice pretese invece di leggere il mondo dell’Arte confliggono come la idea copernicana e tolemaica dell’Universo.

Forse anche per questo Cristina non ebbe soverchia udienza nel suo tempo.

Per questo credo, essa dovette cercare altrove i propri maestri: “In Italia l’ultimo critico fu, mi sembra Leopardi; con De Sanctis la pura disposizione dello spirito contemplativo fu definitivamente perturbata e distorta dalla ossessione storica. Leo­pardi fu l’ultimo a esaminare una pagina come si deve, su cinque o sei piani insie­me... la esaminò, vale a dire, da scrittore. Evitò di pensare al suo esame di una pagina contemporanea...”.

In realtà stupisce, ripensando al panorama italiano tra gli anni ’50 e ’70, ritrovar­vi la parabola umana e letteraria così solitaria ed appartata della scrittrice Campo. Lei così estranea e distante dalla ricerca prepotente e febbrile in quegli anni, di un più “terreno” senso del vincolo tra artista e mondo.

Non fosse per la frequentazione di un piccolo cenacolo di artisti a lei in qualche modo affini e, al pari di lei, solitari si sarebbe tentati di collocare Cristina con la sua scrittura perfetta, con i suoi gusti “aristocratici” - in spazi e tempi remoti.

Coeva, magari, della donatrice del Polittico Portinari, “quella dama adolescente, mezzo monaca, mezzo fata, che adora il suo Dio col più fiorentino dei sorrisi”, che lei volle in copertina ad uno dei suoi scritti. Ovvero tra gli anacoreti irraggiungibili ed impervi cui essa guardò con nostalgia e stupore.

Di lei, in certo modo, può ripetersi quello che essa di questi scrisse: “sembra realmente che i Padri del deserto non abbiano antenati, prima di loro nessuno somiglia a loro”. E, come per loro, non è facile immaginarle successori o discepoli.

Eppure appena per un momento si guardi al mondo con quella “attenzione” che lei suggerisce, non può dirsi, a vent’anni della sua scomparsa, che quel suo modo aristocratico e rigoroso - “imperdonabile” - di pensare al senso della Poesia come “dissidenza dal gioco delle forze'', “professione di incredulità nella onnipotenza del visibile non contenga ancora, e forse ancora, e forse ancor più, oggi un suo inquietante valore profetico.


 

Il testo pubblicato è un recupero, tratto dalla bella rivista “Colapesce. Almanacco di scrittura mediterranea”, n. 2-3, 1996-1997, allora diretta da Aldo Gerbino, noto e valoroso poeta e critico. testimonia di un vivo interesse di Gigi Mancuso per l’opera di Cristina Campo (Bologna, 1923 – Roma, 1977, all’anagrafe Vittoria Guerrini), autrice sapienziale, che a Palermo consacrammo con Arturo Donati (benemerito campiano, poeta e letterato che dirige il sito www.cristinacampo.it) con un’importante convegno, i cui Atti sono stati editi dalla Provincia Regionale di Palermo e i cui testi culturelite riproporrà prossimamente (T.R.)

 

Il disegno del logo della rubrica "Recuperi" è di Gaetano Lo Manto

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