Recuperi/10 - “Quattro passi tra le nuvole con Pietro e Giulio” di Silvano Panunzio

Prego degli Ascoltatori presenti di volermi scusare. Non ho ricevuto l'avviso del Convegno in tempo utile e non ho potuto preparare un saggio esegetico.
Del resto l'ho già fatto, in breve, nell’Introduzione e nel Commento del poema "La Luce delle Graal" e posso solo confermare i giudizi la formulati. Tra una moltitudine straripante di "versificatori", Pietro Mirabile è un autentico Poeta per l'elevatezza del suo mondo interiore e per la classicità dell'espressione formale: un Poeta non solo, lirico ma, cosa che non si verificava da quasi un secolo, anche Poeta epico.
Esporrò in poche parole un pensiero che ritengo corrispondente allo spirito "umile ed alto", tanto più alto perché umile, del nostro amatissimo Amico.
Più che intrattenermi sui suoi diversi, di una trasparenza lieve e luminosa come la sua anima, si direbbe quasi eterea, preferisco indovinare dove Egli si trova adesso e che cosa e in che modo contempla.
Si trova faccia a faccia, senza veli, davanti alla Verità Suprema e al suo genuino splendore. È al centro, non più sui raggi, della Divina Poesia. Sta alla Fonte della Luce e dell’Amore che in terra aveva amato e cantato; non più nelle ombre, bensì nell'irradiazione piena e diretta.
Come ho spiegato alla sua e nostra Amica e collaboratrice, Franca Alaimo, che ringrazio per avermi gentilmente prestato la sua voce, il termine "Poesia" non proviene, come si crede comunemente, rimpicciolendo la sua dignitas, dal verbo greco "poiéin": proviene da una forma lessicale fenicia, poe (bocca) e ish (Dio) di cui c'è un'assonanza simile nell'egizio Os-Iris (Osiride: Bocca della Luce) e c'è una precisa identità nell’Alfabeto ebraico che, come è noto, discende dall'egizio. Esattamente nella diciassettesima lettera Pe che significa "bocca". Poesia è dunque la Bocca Divina, la Lingua degli Dei: il che innalza la sua natura e sublima la sua categoria spirituale.
Pietro era dunque ben allenato, fin dalla terra, per spiccare il grande volo: non già "folle", ma ispirato e sapiente, così da passare dalle immagini agli Archetipi in se stessi, dai riflessi in ombra alla Luce piena.
Ecco come sento oggi Pietro Mirabile, legato e simultaneamente slegato dalle opere di un nobile passato e tuffato nell'onda del Presente Eterno.
Per chiarire meglio, ricorrerò prima ad una analogia; e poi; in fondo al discorso, ad una parabola. L'analogia. Nessuno ha saputo spiegare meglio di Demetrio Merezkoskij il mistero dei 13 ultimi canti del Paradiso di Dante, di proposito, nascoste e uno in una parete.
La spiegazione del grande artista e profondo pensatore russo è tratta, per simmetria, da Tommaso d'Aquino; il quale lasciò incompiuto il suo capolavoro, la Summa Teologica.
Alla fine della vita il Dottore Angelico si trovava nell’Abbazia cistercense di Fossanova, dove è sepolto. I monaci ospitanti lo sollecitarono, sull'esempio di San Bernardo, a commentare il Cantico dei Cantici.
Nell'estasi di quei giorni, Tommaso contemplò direttamente il nitore della Verità Divina e definì "paglia" le mille e mille pagine che aveva faticosamente elaborato.
La similitudine è chiarissima. Dante, pervenuto al culmine terrestre della Visione, irradiato ora dalla Visione celeste, desidero fermare la penna. È il caso arcano, non certo identico ma analogo, del nostro comune Amico, avvenuto per altre contingenze.
Posso dire che non è stata l'infermità di Pietro, come già di Giulio, ad operare un loro provvisorio distacco. È stata una voce interiore, non percepibile fuori, a chiamare entrambi con occulta, progressiva insistenza, attraendoli verso le altezze.
Erano essi più che maturi, girando lo sguardo dalle cose della terra, a "volgere gli occhi agli occhi belli". Tornando a Dante, si può anche ricorrere, indifferente versione, a un altro illustre caso. Leonardo da Vinci, nell’Ultima Cena non completò il volto del Salvatore.
Molti critici superficiali lo accusano di procedere, così, nel suo solito modo, ossia cominciare un'impresa e non condurla a termine, manifestandosi inconcludente.
Col ricordare il suo lamento scritto, lasciato in tutti i suoi appunti, "o misero Leonardo perché tanto penate", e aggiungendovi la sentenza dell’Ecclesiaste qui auget scientiam auget dolorem che calza per lui a pennello, per lui coniai la formula della "divina inconcludenza".
Su ciò, confutando un chiassoso "Antileonardo", avevo polemizzato proprio con Papini e i suoi allievi del Movimento dell’Ultima, rivista con la quale da allora in poi mi fusi.
D'altra parte, per motivi non dissimili a quelli scandagliarti, uno spirito molto in sintonia con Leonardo, Wolfangp Goethe ammise con rimpianto: a nessun creatore è concesso di compiere tutte le opere che aveva sognato; occorre rassegnarsi.
Dico ciò a consolazione e conforto di tutti noi, aspiranti scrittori, aspiranti pensatori e poeti; parafrasando il dolce e ironico Guido, si potrebbe ripetere: "Non amo che i poemi e i libri che potevano scriversi e non sono stati".
Se si vuole, per questo tema si può andare anche più lontano, anzi lontanissimo, nel deserto africano di Gizeh. La Grande Piramide, volutamente, simbolicamente, è incompiuta alla sua cuspide. Significato? L'infinito che ci sovrasta non lo si può definire.
Avevo promesso una parabola. Dovrò ancora impetrare, esercitando la pazienza dei miei Ascoltatori. Molti decenni fa, appena trentenne, in virtù della diatriba leonardesca, fui invitato nella città di Fiore, culla della poesia e della letteratura d'Italia. Erano ancora vivi Giuliotti, Papini, Bargellini, Nannetti, Oxilia e tanti altri. Giuliotti era scomparso dalla scena da non molto, ma c'erano i suoi amici e seguaci. Nato, io, come madonna Aldighieri, in "val di Pado” e proveniente dalla città rivale di Firenze, da Roma, mi trovavo solo, in apparenza senza armi, davanti alla tipica, esigentissima, e interrogativa Intellettualità toscana. Impossibile, ivi, non discettare su Dante.
A conoscenza delle mie eresie giovanili, ahimè non mai ritrattate, anzi, cresciute con gli anni, mi si provocò. Noto intanto che "eresie", da airéomai, indica "scelgo una parte": e non sempre si tratta della peggiore.
Non so come, quasi per divertimento, non più considerando Dante come un trapassato, ma vivo, seduto tra noi e con noi parlante, mi si chiedesse dove avrei collocato "cotanto senno" alla mia presenza.
Risposi subito: a Papini compete il Settimo Cielo di Saturno.
Soddisfatti della risposta si passò, con una generale rassegna, a trovare il posto per ogni esponente di spicco.
Sembra che avessi centrato tutte le possibili collocazioni, rendendo attuale avvilente la "Commedia". Tanto vero che una Signora d'alta classe e d'alta spirituale cultura, Maria Tirinnanzi, vedova del vero Poeta e del grande e sfortunato Drammaturgo, Ferdinando, con Giovanni Papini maestro e ispiratore degli Ultimi e dell’Ultima, mi chiese per se stessa. Con amabile veemenza risposi: "a Lei compete il Terzo Cielo di Venere, non più su, perché ama troppo suo marito…" (Per verità degno di venerazione; è sepolto a San Migniato con ha i suoi piedi l’amata Città). La signora non si offese e anzi, sorridendo, si compiacque.
Fu la volta di Adolfo Oxilia, uno dei più fini letterati italiani, che fu condiscepolo, con Antonino Pagliaro, di grandi maestri in Filologia. Noto per inciso, dando rilievo ai miei non casuali accostamenti, che nessuno più di Pietro Mirabile e di Giulio Palumbo somiglia ad Oxilia per competenza linguistica, stile di scrittura, e personale umiltà e carità.
Risposi, allor dunque, che il fraterno amico di tante battaglie culturali e spirituali, di spessore cristiano-europeo, aveva giusta collocazione nel Primo Cielo della luna.
Perché? Perché "indugiava troppo nella Grammatica"…
Sistemai dunque, con intelletto d'amore, i "maledetti-benedetti toscani".
Ma qui mi trovo altrove, nell'incanto della Trinacria, densa di profumi e colori, di suoni e di magici silenzi. E sono alle prese con due arcangeli della poesia di Palermo, città da me ben conosciuta e da me tanto amata. Si tratta, - caso originale -, di due Poeti, di due "eterni Gemelli", come i cavalieri celesti Castore e Polluce. Che cosa "il cor m’ispira”?
Non avrò incertezze. Bisognerà salire insieme con gli Ascoltatori alla Sfera delle Stelle fisse. È, qui, nell’Ottavo Cielo proprio dei Cherubini, troveremo Pietro Mirabile. Appena più in là, nel Nono Cielo dei Serafini, troveremo Giulio Palumbo.
Si parva licet conmponere magnis, si ricordino, per loro, i famosi versi danteschi sui grandi atleti della Cristianità, Francesco e Domenico, tutto ardore l'uno, tutto splendore l'altro. Ma qui padre Dante mi perdoni: questi due giri sono intercambiabili. Un Serafino diviene Cherubino e un Cherubino, Serafino. Infatti la sacra Liturgia li riunisce invocando: Cherubin et Seraphin.
Avevo promesso una parabola ed ho mantenuto l'impegno.
Qualcuno, nella sala, potrebbe chiedermi: "Ma tu ci credi?". Certo che ci credo. Anzi, personalmente, potrei dire di avere convinzioni quasi sperimentali.
Eresia? Rispondo: airèmai.
Intanto, a norma del Vangelo, Pietro e Giulio "hanno scelto la parte migliore che non sarà loro volta".
 
Relazione letta al Convegno-Premio in onore di Pietro Mirabile il 23 Agosto 2002 a Chiusa Sclafani

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