Tommaso Romano, "La casa dell'Ammiraglio" (Thule - Ex Libris) - di Marsilio Giuseppe Muscato

Muscato: Buongiorno Professore.

Romano: Buongiorno, si accomodi.

M: Come sta? Si è ripreso dal raffreddore?

R: Sì, sto meglio, grazie. Lei come sta? Come sta papà?

M: Tutto bene, grazie. A proposito di mio padre, ultimamente abbiamo avuto entrambi sul comodino una copia del suo La casa dell’Ammiraglio. Solo che io ho un’edizione più recente! L’ho letto e riletto con attenzione e vorrei dirle qualcosa a riguardo, se le interessa.

R: Certo che mi interessa.

M: Quando l’ho iniziato, non lo nascondo, non mi aspettavo di leggere un bel libro.

R: Be’, grazie per la fiducia.

M: No, aspetti, cerco di riformulare. Non mi aspettavo di leggere nemmeno un brutto libro. Per qualche motivo – forse per il titolo unito a quella foto del suo studio in copertina – ero convinto fin dall’inizio che si trattasse di un libro puramente autobiografico. Non stavo lì a interrogarmi sulla forma che avrebbe assunto. Non mi interessava se fosse un romanzo avvincente o un diario di pensieri alla Marco Aurelio. L’importante era che si trattasse di un libro grazie al quale conoscere qualcosa in più di Tommaso Romano. In tal senso mi sono approcciato alla lettura con una assenza totale di aspettative. Un’assenza ben diversa da quella che si prova davanti a una nuova fiction Rai ambientata in Sicilia o a Napoli; in quel caso la sensazione è di rassegnata accettazione. Nel nostro caso, invece, la mancanza di aspettative si accompagnava ad una preliminare soddisfazione. Ecco, forse adesso mi sono spiegato un po’ meglio.

R: Lei lo chiama racconto, ma in realtà è più un’opera filosofica…

M: Scusi se la interrompo, ma non avevo finito. Vorrei dirle qualcos’altro a riguardo.

R: Prego.

M: Le dà fastidio?

R: Non mi dà fastidio niente.

M: Wow! Spero di non mettere in crisi questa sua certezza. Tornando a noi. Il mio unico intento era leggere questo libro per conoscere un po’ meglio la storia di Tommaso Romano e del suo “studio delle meraviglie”, questa wunderkammer che sembra il portale per un’altra dimensione molto diversa dal tempo-spazio in cui è ambientata la quotidianità di noi mortali. Presto, però, ho scoperto che anche la mancanza di aspettative era un’aspettativa da mettere in crisi. Insomma Professore, conoscendola mi guardo bene dall’uso di un tono troppo adulatorio, ma me lo lasci dire: La casa dell’Ammiraglio è un bel libro eccome! Da amante di Platone e, in generale, della forma letteraria del dialogo, ho trovato ingegnose e molto raffinate le scene di conversazione tra i vari oggetti-personaggi della Casanima. In particolare, la qualità di questi passaggi l’ho riscontrata nell’assenza di una gerarchia chiara e scontata delle varie voci: anche quando sono angioletti e prostitute a conversare, non emerge mai una lettura manicheistica in cui la saggezza sta tutta da una parte. Ogni voce ha la sua dignità, la sua necessità ontologica. E, ciononostante, non si sprofonda mai nel caos, perché quando più voci iniziano a sovrapporsi o rischiano di scontrarsi, come un direttore d’orchestra preciso e puntuale, interviene Cometa, la prima inter pares, ad armonizzare le varie voci.

R: Grazie, sono contento che le sia piaciuto.

M: Non solo è stata una lettura piacevole, ma in questo libro ho trovato anche la risposta a una serie di domande che altrimenti avrei rivolto a lei personalmente. Dalla prima volta che sono entrato qui nel suo studio in Via Ammiraglio Gravina mi sono chiesto: “Ma come fa il Professore a conoscere il posto di ogni oggetto? Come fa a ricordarsi dove sta ogni cosa e a spostare e risistemare ogni suppellettile senza mai abbandonare lo spazio alla confusione?”. Personalmente, ho spesso la sensazione di essere sommerso dagli oggetti della mia stanza da letto (per lo più libri), come se la stanza fosse posseduta da una forza naturale, un istinto di sopravvivenza che spinge gli oggetti inanimati ad espandersi come rampicanti nello spazio non appena abbasso un momento la guardia e non mi sforzo di tenere in ordine. È una lotta impari contro l’entropia. Perciò mi è sempre risultato un po’ complicato comprendere appieno la logica di quell’ordine cosmico che sottende alla sua Casanima. Poi ho capito: gli oggetti di questo studio non sono semplicemente inanimati. Hanno un’anima, hanno vita, anzi, ognuno di loro è espressione della Vita con la V maiuscola. Portano con sé un senso, una ragion d’essere che va oltre la loro forma. E allora lei, l’Ammiraglio, non riveste il ruolo di domatore della chora inconsapevole che si espande nello spazio, ma piuttosto di umile custode che accoglie tra le pareti della propria dimora questi frammenti dell’anima del mondo. In un certo senso, lei non è il proprietario di questi oggetti, ma il loro servitore.

R: Vedo che ha scavato a fondo tra le pagine.

M: Diciamo che ho cercato di seguire il filo di Arianna che ha lasciato tra i corridoi della sua “casa”.

R: E mi dica, ha trovato l’uscita o è rimasto intrappolato anche lei nel labirinto degli oggetti?

M: Credo che rimarrò qui ancora un po’, se non le dispiace. In fondo, è un bel posto dove perdersi.

R: Allora rimanga pure. Comunque, se vuole leggere qualcosa di veramente autobiografico, posso darle Tempo dorato; il racconto sulla mia infanzia. È totalmente autobiografico, i fatti sono veri al 95%. Mentre ne La casa dell’Ammiraglio solo alcune cose sono state fatte e dette effettivamente.

M: Un po’ come in questa conversazione.

 

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