"Imprese ospedaliere" di Antonio Saccà
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- Creato: 10 Luglio 2026
- Scritto da Redazione Culturelite
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Mentre camminavo vicino casa a Roma, mal sopportando il caldo generalizzato irrespirabile, una persona mi sbatte da dietro, ero in discesa, il piede spostato trova il vuoto della banchina, cado di schianto nella durissima strada, e non riesco ad alzarmi. Dolore alla gamba, alla schiena. Mi stendo. Inerte. Persone in aiuto, conoscenti, mi sollevano con fatica, la gamba non regge, quella destra, una sedia, al riparo dal sole, mi danno dell’acqua.
Non cammino. Inizia una disputa, tipica di questa vicenda: andare a casa o andare all’ospedale, dicono tutti di andare all’ospedale. Io vorrei andare a casa, ho un rifiuto di insopportabilità per gli ospedali, ormai. Uno degli organizzatori dell’aiuto, dice che ha chiamato l’ambulanza. L’ambulanza non arriva, credo che abbia mentito e decido di tornare a casa, non riesco a camminare neanche con sostegno. L’ambulanza sta giungendo. Non ho la carta d’identità e dubito che mi accetteranno. Ma sono gentilissimi, due giovani, una donna e un uomo, mi sollevano con i soccorritori, sono un peso abbandonato e dolorante, mi stendono nella lettiga, consiglio lettini più comodi. Giungo all’ospedale San Giovanni, un estesissimo ospedale al centro di Roma , dove credo di non essere mai stato, ne ho visitato molti diciamo come ospite. Accertamenti per le gambe. Gente fasciata, uno stanzone, lettini, sedie a rotelle, solitudine preoccupata ,talvolta qualcuno si scatena in frasi e agitazione, decine di persone invalide . Chiamano, uno viene e trae il nominato. Anche sopportare minuti mi innervosisce. Mi chiamano, un conducente attraversa lunghi corridoi, e vado a fare le analisi radiografiche. Lastre. Mi riportano dove sostavo prima .
Temo che il telefono perda la carica e chiedo al telefono a chi può portarmela. Una signora che sente le conversazioni me la fornisce e ricarico anche se poi deve andar via. Penso a che verrà fuori da queste valutazioni, un infermiere mi dice che devo tornare a farmi analisi. Che vogliono scoprire, che c’è da scoprire?
Questo è l’incubo del malato o di chi crede di esserlo. Mi conducono in un altro posto dove attuano quel che chiamano TAC. Un tubo, entro. Fanno questa Tac. Mi dicono che ho una minima lesione accanto ad una protesi all’anca che io non ricordo di aver fatto. Non mi pare di aver avuto mai un intervento all’anca, persone che mi conoscono da anni dicono invece che ho avuto intervento all’anca.
Una prima considerazione. Quando per vari motivi non senti bene, non vedi bene, hai una certa età, e stai all’ospedale ti considerano svanito. Sorrido ma non è gradevole né accettabile. Sono indeciso, tornare a casa o stare in osservazione. Un cortesissimo premurosissimo infermiere mi consiglia di restare e io non per il suo consiglio ma anche perché ormai è sera tardi mi decido a sostare, camera ottima pulita anche ben messa. E ‘ il giorno 30 fine giugno.
In ospedale e suppongo in carcere la questione del tempo decisiva, se non si occupa il tempo la noia di perdere la vita e non saper che fare avviliscono ma non è semplice rimediare. Si può scrivere si può leggere si può pensare, si può chiamare qualcuno, qualcuno viene a trovarci ma la giornata è lunga quando non si ha che fare, lunghissima, sentirsi accantonato. Immagini quando rivedrai la gente, la casa, rifarai le abitudini. Immaginando che forse non sarà possibile.
È passato il medico, una rarità, mi ha detto che non c’è bisogno di intervento chirurgico, essendo una lesione composta ripiana da sé, dovrò rimanere in ospedale alcuni giorni. Non ho dormito, mal di schiena, non riesco a evacuare. La gamba destra è bloccata, non capace di muoversi, dolente. Non mi fanno il clistere.
Il rapporto con l’infermiere è fondamentale, se ne trova pazienti comprensivi occorrenti ma spesso nervosi, frettolosi, compiono a loro comodo, a loro voglia, al di là delle intenzioni del malato. Il che rende la vita ospedaliera insopportabile più di quanto lo sia in se stessa e questo per forme di prepotenza, approfittare della condizione del malato. Ovviamente non è il caso di generalizzare si trovano persone che risolvono ma questo non elimina la condizione opposta, resa grave dalle condizioni di chi è indebolito o incapace di provvedere a sé. Bisognerebbe stabilire un protocollo, diciamo, di approvazione o negazione, l’infermiere, giudicato, considererebbe quale giudizio può ricevere.




