Benson, Chesterton, Waugh … Oscure profezie e futuri terribili nella narrativa cattolica

di Luca Fumagalli

 

Una delle prime opere distopiche del ‘900, Il padrone del mondo (1907) del sacerdote inglese Robert Hugh Benson, rappresenta, per così dire, la punta dell’iceberg di un sottogenere poco conosciuto e sovente bistrattato dagli stessi studiosi, quello della cosiddetta “distopia cattolica”. Molti fedeli della Chiesa di Roma, soprattutto di cultura anglosassone, si accodarono all’onda lunga delle fantasticazioni storiche ottocentesche per narrare scenari futuri terribili in cui poter riversare, sotto nuova forma, tutti i temi tipici dell’apologetica cristiana, al contempo non perdendo mai di vista gli intenti moraleggianti.

Il nemico numero uno di questi romanzieri anti-utopici è la secolarizzazione della società, un processo ingannevole che convince gli uomini di essere onnipotenti, finalmente liberi dai lacci e lacciuoli di un passato oscuro e opprimente, in altre parole di essere come dei (per citare il titolo di una delle opere più lette di H. G. Wells). In sintesi, il superamento della condizione umana è il nuovo sogno e il nuovo obiettivo di un mondo assuefatto alla tecnologia e in rivolta contro Dio.

Quelle “cattoliche” sono, naturalmente, distopie in cui il tragico finale sottende sempre una positività ultima, un riscatto possibile in virtù del sacrificio di Cristo sulla croce e della sua promessa di redenzione universale. Monito e consolazione si mescolano dunque in romanzi che, nella maggior parte dei casi, hanno poco da invidiare – se non per la qualità letteraria, almeno per quanto concerne la profondità dei contenuti – a Huxley, Orwell e ad altri “mostri sacri” della distopia.

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L’eredità di Benson – che scrisse anche un romanzo utopico, L’alba di tutto (1911) – è stata raccolta in tempi recenti dal canadese Michael D. O’Brien, autore di una trilogia sull’Anticristo che comprende ben tre volumi: Il nemicoL’inviato e il prequel Il libraio. Pubblicati rispettivamente nel 1996, nel 2016 e nel 2005, i libri narrano la storia di padre Elia, un giovane ebreo che, dopo aver sofferto l’occupazione nazista di Varsavia ed essere stato salvato dal sacrificio di un cristiano, abbraccia la fede e diventa frate carmelitano. In seguito il Vaticano gli affida una missione capitale per il destino del mondo e dell’uomo, ovvero il confronto e il tentativo di conversione di colui che è considerato l’Anticristo – un misterioso Presidente d’Europa ammirato da tutto il mondo – in modo da rimandare la probabile e ormai prossima Apocalisse. Elia inizia così una titanica impresa, che tra imprevisti, difficoltà e continue tentazioni lo porterà fino alla Terra Santa, dove la storia della salvezza ebbe inizio e dove forse avverrà la battaglia finale contro le forze del male.

Al confronto de Il padrone del mondo la trilogia di O’Brien, seppur migliore dal punto di vista stilistico, è meno incisiva nella narrazione e fatica, anche se ha a disposizione un maggior numero di pagine, a bissare l’impatto nervoso e raggelante della prosa di Benson, più lucida nel cogliere le implicazioni filosofiche e culturali del laicismo. Tuttavia Il nemicoL’inviato Il libraio mostrano un grande ventaglio d’influenze che vanno da Il Signore degli Anelli, dalla Divina Commedia, dai Promessi sposi e dell’intera tradizione patristica e scolastica ai lavori apologetici di sant’Agostino, san Giustino e Tertulliano.

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Tra gli intellettuali cattolici che in Inghilterra polemizzarono a lungo contro Wells e il suo utopismo laico, in prima fila, oltre a Hilaire Belloc, vi era G. K. Chesterton. Giornalista e autore di un numero impressionante di testi, Chesterton fu uno scrittore singolarmente brillante, efficace soprattutto nell’arte del paradosso, in grado di mescolare con disinvoltura riflessioni di rara finezza e pagine di esilarante comicità. Ne L’osteria volante (1914), un romanzo apparentemente surreale, immagina un’Inghilterra del XXI secolo dominata da un potere di tipo massonico che si avvale della collaborazione di ambienti islamici. La forza del libro non risiede tanto nell’aver colto, con parecchi decenni d’anticipo, certi pericoli insiti nell’immigrazione selvaggia e nel multiculturalismo, quanto nel descrivere – con sgomento – l’avvento di masse di uomini devoti al nulla, divenuti schiavi senza un padrone, esseri senza causa né scopo. Un tema, questo, che ricorre anche in altri lavori fantastorici come Il 176611Napoleone di Notting Hill (1904) e La sfera e la croce (1909).

Park (1932), a metà tra utopia e distopia, senza un messaggio chiaro da consegnare al lettore, è uno dei romanzi più curiosi scritti nel periodo tra le due guerre. Come il suo autore, il canonico John Gray, il libro è contraddittorio, arguto e complicato. Un sacerdote, Mungo Park, durante una passeggiata si trova improvvisamente proiettato nel futuro. La prima persona che incontra parla latino e scopre così di essere finito in un mondo in cui la società è governata dalla Chiesa cattolica. Il debito nei confronti de L’alba di tutto è ovvio. Ciò che però è diverso dal romanzo di Benson è che il mondo teocratico immaginato da Gray è costituito solamente da uomini di colore, la maggior parte dei quali ha abbracciato gli ordini sacri. Poco alla volta, come ne La macchina del tempo, Mungo Park si rende conto che esiste anche un’altra razza: quelli che una volta erano i bianchi che abitavano la campagna, ora sono diventati esseri che vivono sottoterra, dalle sembianze di topi.

Stessa coloritura satirica e grottesca torna in due racconti distopici scritti da Evelyn Waugh rispettivamente nel 1933 e nel 1953. Nell’inconscio richiama chiaramente Park: un americano di mezza età, Rip Van Winkle, dopo aver incontrato un misterioso mago, viene sbalzato avanti nel tempo di cinque secoli. Si ritrova in una Londra ridotta a rovine, dove la vegetazione ha preso ormai il adriano-vii-9788865592236sopravvento e la popolazione è costretta a vivere in capanne di paglia e fango, praticando l’agricoltura e la pesca. Il ceto dominante è costituito da un gruppo di cattolici di colore, asserragliati in una base militare. Dopo essersi svegliato da quello che è sembrato un sogno, Van Winkle decide di ritornare alla fede a cui aveva rinunciato in gioventù.

Amore tra le rovine rimanda invece a Il mondo nuovo di Huxley. La novella, ben più complessa rispetto alla precedente, si occupa tuttavia solo marginalmente di questioni religiose, narrando le disavventure di un ex piromane che si aggira in una Gran Bretagna distopica e fintamente egualitaria.

In ultimo merita di essere segnalato un filone a parte della distopia/utopia a tema cattolico, quello cioè che ha per protagonista un ipotetico Papa del futuro, descritto, di volta in volta, con toni di apprezzamento o di condanna. Il “genere”, inaugurato nel 1904 dall’Adriano VII di Frederick Rolfe “Baron Corvo” – la storia, tra autobiografia e follia fantastica, di un povero letterato inglese che si trova improvvisamente a capo della Chiesa – annovera una sfilza impressionante di scrittori, cattolici e non: Gadda, Morselli, Papini, Andrè Gide, Pasolini, Aldo Maria Valli, Quinzio, Saviane, Silone, Morris West, Greene, l’argentino Leonardo Castellani e molti altri ancora. In questi romanzi il Papa incarna nella sua persona i vizi e le virtù di una Chiesa che si trova improvvisamente a fare i conti con una contemporaneità che le è, il più delle volte, ostile. I ritratti, piuttosto eterogenei, mostrano una galleria di probabili pontefici che vanno dal riformatore illuminato all’autocrate ottuso.

 

da: www.radiospada.org

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