Carattere, dignità, coscienza… dove sono state sepolte?

di Giovanni Lugaresi

 

Quando, insieme a Giovanni Papini, nel 1908, fondò la rivista “La Voce”, Giuseppe Prezzolini scrisse fra l’altro che quel che difettava agli italiani era il carattere.

Questa mancanza di carattere la si coglie con mano, per così dire, nelle cose, nei comportamenti, attraverso il tempo: dal suo, quello di Prezzolini, per l’appunto, nel quale un uomo come Giovanni Amendola poteva dire “l’Italia, come oggi è, non ci piace”, fino al nostro – con poche eccezioni.

E, infatti, la mancanza di carattere contraddistingue uomini di tutti i partiti e delle classi sociali, seppure si possa ancora parlare di classi sociali quando, per esempio, nei confronti del ceto medio è in atto un’opera di distruzione attraverso vessazioni di vario genere, a incominciare dalla pressione fiscale.

Mancanza di carattere. Come altrimenti definire, per esempio, le conclamate, reiterate, affermazioni di innocenza da parte di uomini politici indagati per reati seri, gravi, quando poi i medesimi personaggi scendono a compromessi, patteggiando con la giustizia, dopo avere affermato sarebbero andati sino in fondo, affrontando financo il carcere?

E sentirli piagnucolare, tremebondi, lamentare la durezza del carcere stesso, dopo avere manifestato per anni spocchia, alterigia, sicurezza di loro stessi?

Mancanza di carattere, appunto. Aggiungiamo un’altra parola-valore: dignità…

Le cronache quotidiane riferiscono questi atteggiamenti, questi comportamenti, che per una sorta di contrappeso, almeno per noi, rimandano ad anni lontani, ad un personaggio, ad un evento, testimonianti carattere e dignità.

Anno: 1954; personaggio: Giovannino Guareschi, giornalista e scrittore di successo planetario; evento: processo per diffamazione a mezzo stampa per via della lettere (ritenute apocrife) a firma Alcide De Gasperi, a un comando alleato indirizzate, nel 1944, con la richiesta di bombardare la zona periferica di Roma, nonché l’acquedotto, per indurre i romani a insorgere contro i tedeschi.

Il processo non fu… un processo, dal momento che alla difesa (avvocati Lener e Porzio) dell’imputato Guareschi non fu concesso alcun diritto: né la perizia calligrafica e chimica sulle lettere in questione da parte di esperti nominati dal tribunale, né l’audizione dei testimoni dai legali richiesta. De Gasperi aveva un “alibi morale” di tale levatura, per cui si ritenne inopportuno, inutile, riconoscere un diritto che al più incallito dei delinquenti non si sarebbe negato. Infatti a Guareschi non venne concesso.

Morale: condanna. E per farla breve: 409 giorni di galera nel carcere di San Francesco a Parma, per un uomo che già aveva provato l’esperienza dei lager nazisti, e che, nel caso presente aveva rifiutato di ricorrere in appello, con motivazioni che denotano, appunto, come si trattava di un carattere, di una dignità, non comuni in questo paese.

Nessuna lamentazione, nessun piagnisteo, ma fedeltà alla propria coscienza, e… avanti, in galera.

“Qui non si tratta di riformare una sentenza – scriveva Guareschi in una lettera aperta ai suoi legali pubblicata sul settimanale Candido – ma un costume. La sentenza è regolare, ha il crisma della legalità. Il costume è sbagliato, e non è una questione che riguardi la Magistratura: è una questione di carattere generale, che riguarda l’Italia intera.

“Non è un colpo di testa.

“Io non ho il temperamento dell’aspirante eroe o dell’aspirante martire.

“Io sono un piccolo borghese, un qualsiasi padre di famiglia, che avendo dei figli ha dei doveri.

“Primo dovere… quello di insegnare ai figli il rispetto della dignità personale…

“In tutta questa faccenda hanno tenuto conto dell’alibi morale di De Gasperi e non si è neppure ammesso che io possegga un alibi morale. Quarantacinque o quarantasei anni di vita pulita, di lavoro onesto, non sono un luminoso alibi morale? Me l’hanno negato. Hanno negato tutta la mia vita, tutto quello che io ho fatto nella vita.

“Non si può accettare un sopruso di questo genere […].

“M’avete condannato alla prigione?

“Vado in prigione.

“Accetto la condanna […]

“Non mi pesa la condanna in sé, ma il modo […].

“No, niente Appello. La mia dignità di uomo, di cittadino e di giornalista libero è faccenda mia personale, e in questo caso accetto soltanto il consiglio della mia coscienza

“Riprenderò la mia vecchia e sbudellata sacca di prigioniero volontario e mi avvierò tranquillo e sereno in quest’altro Lager.

“Ritroverò il vecchio Giovannino fatto d’aria e di sogni e riprenderò, assieme a lui, il viaggio incominciato nel 1943 e interrotto nel 1945.

“Niente di teatrale, niente di drammatico. Tutto semplice e naturale.

“Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione”…

Già: “Niente di teatrale, niente di drammatico. Tutto semplice e naturale”.

Ma quello era un uomo! Nel cui vocabolario erano ben presenti parole, come, appunto, carattere, dignità, coscienza…

Avete sentito in giro, fra politici inquisiti o altra gente di potere inquisita, un discorso come quello di Giovannino Guareschi?

Se sì, segnalatecelo. Avremo piacere di leggerlo.

P.S. Quando Guareschi finì in galera il figlio Alberto aveva 14 anni e la figlia Carlotta 11. La moglie Ennia (la Margherita del Corrierino delle famiglie) gli fu accanto senza tentennamenti e senza dubbi. Mai a Giovannino e alla moglie passò in mente l’idea di chiedere la grazia.

Nel 1954 la condizione delle carceri italiane e del regolamento carcerario erano molto, molto, molto diverse da quelle dell’anno di grazia 2015!!!

 

da: www.riscossacristiana.its

Potrebbero interessarti

Articoli più letti

Questo sito utilizza Cookies necesari per il corretto funzionamento. Continuando la navigazione viene consentito il loro utilizzo.