AD IMMAGINE E SOMIGLIANZA DEGLI DEI: PROMÈTEO INCATENATO – ADATTAMENTO MITOLOGICO DI GIOVANNI TERESI

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                                                 Prometeo incatenato 

 

 

 Già il nostro pianeta era popolato d’innumerevoli animali, che vagavano per ogni dove: alcuni camminavano per deserti e foreste intricate; alcuni si libravano volteggiando nel limpido cielo; altri vivevano immersi nell’acqua, mai solcata da navigli.

La terra era popolata, eppure mancava su di essa un essere capace di dominare su tutti gli atri, di conoscere e disciplinare tutte le forze della natura.

Una volta il benefico figlio dell’oceanina Climène e del titano GiapètoPromèteo, titano anche lui, venuto sulla terra cominciò a trastullarsi con l’argilla: aveva già plasmato tante cose, di diverse fogge. Ad un tratto il suo viso s’illuminò di splendente sorriso; trattò la fanghiglia con veemenza; il suo cervello dominava la materia inerte, che prendeva forma sempre più distinta e sempre più particolareggiata. Lavorava con l’anima infondendo la scintilla del suo ingegno nella sua opera fervida.

L’opera fu compiuta.

Dalle su mani balzò quell’argilla: non era più argilla, era l’uomo!

L’uomo si mosse: busto eretto, testa alta, braccia robuste, gambe forti; con occhio penetrante guardava dappertutto: egli aveva l’intelligenza, scintilla della divinità. L’ammirò Promèteo e, compiacendosi con sé stesso, amò quella sua creatura, la curò, insegnandole tante e tante cose.

Un giorno chiamò a sé l’uomo e gli disse:

Non vivrai in grotte, come gli animali, costruisciti con mattoni, creta e pietre le case e che siano asciutte: devi vivere sano, poiché sebbene tu sia ad immagine e somiglianza degli dei, non sei immortale come lo sono loro”.

Questo il primo ammaestramento. Gli insegnò, poi, a conoscere gli atri e le stagioni, utili all’agricoltura ed alla navigazione; l’alfabeto, per comunicare a distanza; l’uso degli animali, per coltivare i campi; l’uso delle imbarcazioni per solcare il mare e, infine, l’arte di foggiare i metalli.

Foggiare i metalli – pensava – così come fa Efesto nella sua tonante officina nelle viscere dell’Etna. Ma occorre il fuoco”.

Ed il fuoco ebbero gli uomini: Promèteo andò a rubare nell’officina di Efesto,   nascondendone una favilla in una canna.

S’adirò Zeus: il fuoco non dovevano averlo gli uomini e Promèteo sapeva che esso era riservato agli dei. Per ciò Promèteo, l’intelligente Titano, per volere di Zeus scontò per trenta anni una pena durissima: inchiodato sulla rupe del Caucaso, un’aquila gli rodeva di giorno il fegato, che ricresceva durante la notte.

Soffrì per trenta anni Promèteo pene indicibili per amore degli uomini, di noi che vediamo in lui noi stessi, capaci di tenare tutto, guidati dall’ingegno, capaci di sfidare persino gli dei a rischio di sopportare supplizi eterni, pur di far trionfare la forza  della nostra volontà e la bramosia di possedere tutto.

Giovanni Teresi

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