Considerazioni di Guglielmo Peralta su "MOSAICOSMO — MANIFESTO. Per un Nuovo Umanesimo Cosmico" di Tommaso Romano
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- Category: Scritture
- Creato: 20 Marzo 2026
- Scritto da Redazione Culturelite
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L’EPIFANIA DELL’UOMO E L’ARTE DI VIVERE COSMICA-MENTE NEL MANIFESTO MUSIVO DI TOMMASO ROMANO
Pensare l’uomo, artefice inconsapevole di un mosaico infinito, è la grande intuizione di Tommaso Romano: una visione antropologica (e non solo) che afferma l’eterogeneità dell’essere umano e la sua unicità come evento cosmico. Di questo processo di tessitura musiva, a imitazione dell’universo, ogni individuo è partecipe secondo le proprie possibilità, capacità, inclinazioni. Il Manifesto è l’architettura concettuale rigorosa, argomentata, che esplicita, chiarisce la ‘teoria’ del Mosaicosmo di Romano, del quale esprime, in ampia sintesi, l’esperienza estetica e spirituale, non solo concettuale. Il Mosaicosmo, infatti, contiene già un nucleo poetico: l’uomo come tessera, il cosmo come mosaico, la libertà come vocazione, la bellezza come rivelazione. E si radica esplicitamente nella tradizione cristiana. L’uomo, dunque, è ‘manifestamente’ definito: spirituale, trascendente, irriducibile, orientato al bene, partecipe del cosmo.
In un mondo sempre più povero spiritualmente, che ha dissipato i valori tradizionali, in cui all’uomo si ‘affianca’ l’umanoide che ne ‘minaccia’ la sostituzione; dove si palesa lo spettro di una deflagrazione nucleare e appare, di conseguenza, reale il tramonto dell’umano, la ‘dottrina’ romaniana sostiene l’urgenza di un “Nuovo Umanesimo”. Qui, il Manifesto, che non cela l’impronta visionaria, simbolica, quasi liturgica, assume il valore della concretezza, si fa testo pragmatico che chiama all’azione, alla consapevolezza, alla responsabilità verso il bene comune. Esso sembra oscillare tra un personalismo forte e un liberalismo spirituale. Questa oscillazione può essere chiarita o mantenuta come tensione creativa. È una visione alta e nobile che nel mondo contemporaneo, dove molte ‘antropologie’ sono deboli, molte identità sono fluide e la disumanizzazione dell’arte, segnalata un secolo fa da Ortega y Gasset, si è fatta più critica, acquista il carattere di una sfida, di una difficile scommessa: di rendere, cioè, praticabile, operativo il Manifesto, di promuovere ‘l’arte di vivere’ in contrapposizione alla profonda crisi culturale, sociale, morale, in cui l’arte, tout court, perde il suo significato e la sua rilevanza.
La cura dell’umano, la quale ne riconosce la relazione col divino è il fondamento e il tema centrale del Mosaicosmo. Essa è l’antidoto contro la diffusione di dinamiche disumanizzanti favorite dallo sviluppo tecnologico e dall’IA. Va da sé, allora, porsi la domanda cruciale: la tecnica è un rischio per l’umanità o una via di cambiamento, di miglioramento culturale, etico, economico della società? Il Manifesto non lascia dubbi. “L’IA non può essere il sostituto dell'umanità dell'uomo”. La tecnica è buona se orientata antropologicamente. Essa va concepita e usata come vocazione. Le si confà un potere che richiede saggezza, ma anche partecipazione alla razionalità del cosmo, attraverso la scienza, e all’IA va assegnata la funzione di amplificazione dell’umano. Si percepisce una tensione tra lirica e normativa, un’oscillazione tra dichiarazioni poetiche (“evento cosmico”, “vocazione”, “mistero”, “tessera del mosaico”) e affermazioni normative (“la politica deve”, “la libertà è”, “la tecnica richiede”). Così il “cosmico” si traduce in scelte politiche, economiche, culturali. Il Manifesto perciò è, a un tempo, spirituale e politico, ma anche ontologico, in quanto ‘aperto’ all’essere: alla “dimensione trascendente” della natura umana, alla sua origine divina. In questo ‘orizzonte’ si inscrive l’“umanesimo cosmico”, dove ogni individuo è un’apparizione irripetibile, una fenditura di luce nel tessuto del reale, una tessera dell’infinito mosaico, una monade in perfetta corrispondenza con le altre, insostituibile e necessaria alla costituzione dell’armonia prestabilita, che Leibnitz ritenne fissata al momento della creazione secondo un piano divino e che ha un riflesso nel Mosaicosmo romaniano. Qui vale il principio di individuazione, secondo il quale un essere è differente e distinto rispetto a tutti gli altri che pure partecipano della sua stessa natura. Ed è in forza e in virtù di questo principio che la persona acquista la dignità che “precede ogni sistema, ogni ideologia, ogni algoritmo”. Nulla c’è che possa misurare il valore di una scintilla eterna. La diversità non è un ostacolo, “non è un problema da gestire”, ma la policromia stessa del mosaico cosmico: la sua ricchezza, la sua gloria, la sua necessità.
Il radicamento della visione mosaicosmica nella fede e nella tradizione cristiana, la quale “offre le risorse antropologiche più alte per comprendere la persona, la libertà, l'amore e il destino cosmico dell'umanità”, non impedisce di accogliere contributi di altre tradizioni spirituali e filosofiche. Il Mosaicosmo può essere abitato, ‘praticato’ riconosciuto, accettato, da chiunque riconosca la dignità di ogni persona, che l’amore infinito di Dio rende sacra. La scommessa, allora, è fare del Manifesto un atto performativo, un testo non solo da leggere, ma da proclamare, da ascoltare, da vivere. Ciò è possibile se ogni individuo acquista consapevolezza di essere parte del Tutto; di essere anche una piccolissima e umile tessera del mosaico cosmico e, tuttavia, stella danzante tra le infinite costellazioni. In virtù di questa epifania, il Manifesto diventa un rito, un canto, una chiamata per il “Nuovo Umanesimo”, che vede nell’uomo un essere che eccede ogni confine, che porta in sé un destino più vasto della terra che abita.
Bisogna riconoscere a Tommaso Romano la bontà dell’immaginazione, l’importanza di avere ‘sognato’ la noesis platonica, di avere costruito una teoria che, nel celebrare le sacre nozze dell’essere e del pensare, cerca fortemente di essere vera, di farsi pratica di vita autentica.
Guglielmo Peralta




