Considerazioni di Salvatore Vecchio su "MOSAICOSMO — MANIFESTO. Per un Nuovo Umanesimo Cosmico" di Tommaso Romano

 

In un momento così critico per l’umanità cade a pennello il “Mosaicosmo - Manifesto. Per un Nuovo Umanesimo Cosmico" di Tommaso Romano.

            Premesso che “Mosaicosmo” indica la visione del cosmo di Romano filosofo, intesa come mosaico che assembla l’uomo come «tessera unica, necessaria, insostituibile», questo “manifesto” è da sottoscrivere appieno, perché come finalità ha l’uomo e il suo essere. Non si può restare insensibili dinanzi alla realtà disumana che il mondo sta vivendo. Occorre prendere una posizione netta e dire no alle guerre e alle stragi, anche se i detentori del potere sono insensibili al bene comune. Occorre che si dia vita ad un nuovo umanesimo, dove l’uomo riconsideri sé stesso e faccia valere la sua umanità che vuol dire rispetto dell’Altro e dell’ambiente circostante.

            Il richiamo di Tommaso Romano è una presa di posizione forte contro il prevalere di alterità che sminuiscono l’uomo, rendendolo non pensante e cosa tra le cose. Ciò mi fa pensare a Rhinocéros di Ionesco ed è molto triste, se consideriamo che è la creatura eletta da Dio, fatta a sua immagine e suo vicario. Per potenziarlo, Dio stesso mandò Gesù sulla terra, facendolo uomo, e lo sacrificò. Ma, immemore di questo, lontano dalla sacralità e dalla spiritualità, l’uomo si fa potente della sua impotenza e va contro sé stesso e la natura.

            La domanda che Romano pone è chi è l’uomo e quale destino lo chiama, a cui dà una risposta: «L’uomo è libertà incarnata in materia cosmica, spirito che abita il tempo, coscienza capace di trascendenza». È una risposta che riprende, da una parte, la concezione filosofica di Romano, secondo cui l’uomo è un tassello del grande mosaico del cosmo (mosaicosmo, suo neologismo) e, dall’altra, il senso religioso della vita nel nome di un cristianesimo integrale che non perde di vista la tradizione, quella religiosità delle origini che niente ha a che fare con l’odierna, molto spesso ridotta a folclore.

            Queste di Tommaso Romano sono domande a cui la filosofia ha cercato di rispondere fin dalla sua nascita. Considerato un mistero da Sofocle (Antigone, coro), Socrate con il “conosci te stesso” riconosce all’uomo tante qualità che da Platone sono riportate nell’Apologia e ridotte in libertà, consapevolezza e responsabilità, che sono il suo modo di essere e la sua filosofia. Rivolto all’uomo, dice: «… non ti vergogni di rivolgere le tue cure alle ricchezze per accumularne il più possibile, e alla fama e al prestigio, anziché curarti e darti pensiero di saggezza e verità e della perfezione dell’anima?» (Platone, Apologia di Socrate, Rizzoli, BUR, Milano 1994, p. 135).

            Il mosaicosmo di Tommaso Romano fa proprio questo bisogno, da parte dell’uomo, di riprendersi ciò che effettivamente gli appartiene e contribuire insieme agli altri alla costruzione di un mondo a sua misura, senza degradare nelle cose, e in rapporto con gli altri, tasselli che operano e costruiscono il bene, come api che, libere nei prati, si ritrovano nel comune alveare. Eppure il mondo d’oggi va al contrario, come il titolo di un libro di Vannacci (Il mondo al contrario), tutto preso dalla materialità e dai bisogni che oggi più che mai condizionano l’uomo e lo riducono a vivere alla giornata, a scapito dell’umano che è il lui.

            Il Manifesto del mosaicosmo ha lo scopo di ridare dignità all’uomo come persona, individuo pensante e, come tale, unico, capace di contribuire e cooperare al bene collettivo (imago deipersona, definito dai padri della Chiesa (ultimamente dal Concilio Vaticano ii, 1965) e, per Kant, da considerare «sempre come fine e mai come mezzo», cioè, che ha un valore inesprimibile). Uno scopo non facile, se pensiamo alla criticità del tempo in cui stiamo vivendo, dove ha la preminenza l’avere, la materialità, il possesso di beni che danno sollievo ai bisogni, ma certamente sminuiscono e riducono l’uomo a pensare all’effimero e al passeggero, che non ha niente a che vedere con l’«homo viator» di San Tommaso, con un occhio rivolto al terreno e con l’altro non perde di vista il divino. Sono considerazioni che danno merito e spingono a fare proprio questo Manifesto che, al pari di quanto afferma Aristotele, concilia l’umano e il divino e fa l’uomo partecipe del creato (mosaicosmo), dove la diversità «non è un problema da gestire, ma la ricchezza strutturale del  cosmo da custodire e celebrare». Tutto ciò comporta il fatto che l’uomo non è riducibile a niente, se non all’umanità che gli è propria. Di qui il richiamo e il bisogno di un nuovo umanesimo contemplato in ogni attività che non subordini l’uomo, ma lo faccia crescere nel suo Io e nell’Altro, considerato non antagonista ma amico e collaboratore di una casa comune che dia prosperità e pace, crescita umana e spirituale, a prescindere del credo politico e religioso. Romano è in linea con quanti nel tempo si sono espressi per quest’umanesimo che esalta la dignità, la capacità dell’uomo e

la sua singolarità, su cui tanto si sono spesi Pascal, Vico, Kierkegaard, Rosmini, Bergson ed altri  filosofi dell’età moderna. Il tutto nel segno della libertà.

            La libertà è un termine tanto invocato, quanto abusato e bistrattato, se pensiamo ai tanti casi in cui, a parole, viene invocata, mentre nei fatti non è tenuta in alcuna considerazione e si agisce per arbitrio e forza di potere. È un punto (“La libertà come valore cosmico”) su cui Tommaso Romano dedica tanta attenzione, come per dire che è di vitale importanza e non è da trascurare, se si vuole dare dignità all’uomo e alla sua persona; è la difesa a spada tratta dell’autonomia dovuta, perché gli è stata data da Dio e gli è insita per la sua capacità di fare in ogni campo, da quello puramente personale a quello creativo, sia nell’attività pratica che in quella artistica. Il fare potenzia l’uomo, apporta migliorie per tutti e lo rende fattivo per sé e per gli altri.   

            La libertà - si legge nel Manifesto - è «vocazione cosmica dell’uomo». Non è da mettere in dubbio; è un’affermazione che chiunque dovrebbe fare propria. Più sopra facevo l’esempio dell’ape che in piena libertà e autonomia è parte integrante dell’alveare. Lo stesso è per l’uomo, anche se oggi più che mai un dubbio si insinua in noi e lascia amaramente pensare e porre delle domande: siamo veramente liberi o manipolati da occulti detentori del potere? Lascio al lettore rispondere. Non resta che prenderne atto e fare di tutto per renderci veramente liberi da quanti ci vorrebbero succubi e pecore. L’uomo, come parte di un tutto, deve tenere caro e custodire questo «bene irriducibile». Tale lo considera Aristotele, quando nell’Etica Nicomachea riconosce che di questo bene siamo noi i responsabili e non il fato, come i tragici suoi conterranei ritenevano; noi lo giostriamo a piacere e in base ad esso formiamo la nostra individualità. Scrive:

 

               «O forse bisogna dubitare delle cose dette, e non ammettere che l'uomo sia principio e generatore delle azioni come lo è dei figli. Se però ci appare evidente che l'uomo è principio delle sue azioni, e non possiamo ricondurre l'azione ad altri principi oltre quelli che sono in noi, le cose i cui principi sono in noi, dipenderanno da noi e saranno volontarie» (ivi, in Vita, pensiero e opere scelte, Ed. Il Sole 24 ORE, Milano 2006, pp. 327-328).

 

               Anche filosofi a noi più vicini ne sono pienamente convinti e ritengono la libertà come qualcosa di spaventoso e di condanna (Sartre), perché una volta gettati nel mondo, essendo liberi, siamo responsabili di ciò che facciamo nel bene o nel male. Ne deriva che la libertà, nata con l’uomo, non può essere condizionata, se non quando lede gli interessi altrui. Nell’ambito di questa libertà l’uomo realizza sé stesso nelle sue attività, manuali o intellettuali che siano, e si apre al bello con le sue creazioni artistiche. Lo Stato - come scrive Romano - deve essere il garante delle attività umane, e dice bene, dato che contribuiscono a renderlo grande e invidiato.

            Un altro aspetto che il Manifesto considera per la realizzazione di un umanesimo integrale è quello della scienza («Scienza, tecnica e intelligenza artificiale»), un aspetto che affascina e al tempo stesso lascia molto pensare e delude, se esso tende ad andare contro natura che invece di ammirare si tenta di dominare. A buona ragione, Romano nel suo mosaicosmo accoglie sia la scienza che la tecnica come cooperatrici per la realizzazione al meglio dell’umanesimo, a cui si tende, e rifiuta sia lo scientismo che il tecnicismo, come tanti altri filosofi antichi e contemporanei contemplati nella visione mosaicosmica. La scienza e la tecnica, come per Aristotele, aprono alla conoscenza e ci fanno meglio conoscere il mondo in cui viviamo, da ospiti e non da padroni, come pensava Bacone. A sostegno del pensiero di Tommaso Romano e di quanti sono contro lo scientismo, c’è anche quello di Heidegger, secondo cui si rischia di non porsi più domande sul senso dell’essere e sull’esistenza e che tutto si perda nella “chiacchiera”. Per questo motivo, la scienza e la tecnica, compresa l’intelligenza artificiale, devono cooperare e contribuire per una migliore conoscenza, senza che l’uomo si faccia accantonare e sostituire, essendo vocato a godere dei beni del creato, che va tutelato e vissuto. 

            Questo nuovo umanesimo, a cui spesso si è fatto cenno, dovrebbe contribuire a dare all’uomo quella consapevolezza di sé, rimanere tale e non soccombere alle continue sfide della tecnica e della scienza, ed essere tessera del mosaicosmo, di cui fa parte e in cui «dimora». Di qui l’appello di Romano alla «dimensione cosmica», dove sono incluse e valorizzate le varie attività umane, compresa la politica, intesa come un servizio all’uomo come persona.

            Altri filosofi, così come Romano, hanno avanzato l’appello per una maggiore consapevolezza (E. Morin, Pensare la complessità per un umanesimo planetario, 2012; U. Galimberti, L’uomo nell’età della tecnica, 2011) ed hanno fatto bene, perché c’è il rischio di rimanere schiacciati ed emarginati dalla tecnologia, dalle crisi dei valori che hanno sostenuto nel tempo l’uomo in ogni campo. Quello che conta e interessa è rimanere con l’umanità che ci ha distinti e tali occorre restare, uomini in mezzo agli uomini, anche se coadiuvati dalla scienza e dalla tecnica. Coadiuvati, non sottomessi e sviliti. È un impegno che va sostenuto e portato avanti, se vogliamo che i nostri cervelli continuino a produrre e non essere succubi.

            L’appello di un umanesimo cosmico di Tommaso Romano nasce dal presupposto che non c’è altra alternativa, «l’ordine autentico nasce dalla valorizzazione del particolare, non dalla sua dissoluzione nell’universale astratto», vale a dire che l’uomo deve tenersi caro ciò che gli appartiene e condividerlo con gli altri, tessera insieme con le altre tessere, per consolidare il macrocosmo, di cui fa parte; vuol dire che deve dare in ogni campo, artistico, politico o sociale che sia, il suo apporto e collaborare per rendere migliore e fattiva la casa comune che ci appartiene. Così facendo, la scienza, la tecnica, l’intelligenza artificiale non potranno mai avere un sopravvento, saranno a servizio e contribuiranno a migliorare l’umanità che è nostra.

            La religione, in tutto questo, gioca un ruolo di fondamentale importanza. L’uomo non è materialità, è sopratutto spiritualità, fatto da Dio a sua immagine e somiglianza. L’umanesimo che si propugna, senza la religione, sarebbe sterile. Sicché, a ragione, nel Manifesto il Romano così recita:

 

               «La spiritualità come dimensione costitutiva [del Mosaicosmo]. L'uomo è un essere spirituale: non nel senso vago di chi cerca esperienze o benessere interiore, ma nel senso preciso di un essere che si interroga sull'origine e sul destino, che avverte la sproporzione tra sé e il reale, che desidera qualcosa che nessuna realtà finita può pienamente soddisfare. Negare questa dimensione è modulare l’antropologia».

 

               L’uomo differisce dall’animale; come esistente è un essere spirituale e non può fare a meno di esserlo. Perciò non solo deve aspirare al bene, ma deve coniugare questo suo senso religioso con la realtà di tutti i giorni nel senso cristiano della vita. Non ha importanza quale sia il suo credo religioso, è importante professarlo nelle sue attività e viverlo. Romano è incline a fare proprio il cristianesimo («Il Dio cristiano non è un principio astratto») e, in effetti, è più vicino all’uomo; di più, Dio ha fatto incarnare il proprio figlio per redimerlo e farlo proprio per vivere in lui, perché possa plasmare in senso umano e cristiano la vita e le sue risorse culturali e pratiche.

            In un mondo così travagliato da guerre e crisi in ogni sua parte, questo Manifesto è una dichiarazione di buona volontà di quanti vorrebbero il bene e la cooperazione di tutti per una convivenza pacifica e umana contro il dilagare del materialismo di massa. Il nostro auspicio è che sia accolto da quanti operano nel campo delle varie attività culturali e pratiche per un voltare pagina nel nome di un umanesimo che metta veramente al centro l’uomo e la sua essenza.

 

                                                                                             

              

 

 

 

 

 

 

Pin It

Potrebbero interessarti

Articoli più letti

Questo sito utilizza Cookies necesari per il corretto funzionamento. Continuando la navigazione viene consentito il loro utilizzo.