Emilio Paolo Taormina. La musica e le farfalle

EMILIO PAOLO TAORMINA si racconta - a cura di Gino Pantaleone

 

Quando e perché ha cominciato a sentire il bisogno di mettere per iscritto i suoi versi? C’è un’immagine nella sua memoria che ricollega al momento in cui ha deciso il suo percorso letterario?

 

Mio padre era medico e entomologo, nipote di Enrico Ragusa, il Darwin siciliano dell’800, fondatore  e finanziatore de “Il naturalista siciliano”, rivista poliglotta di grande valore scientifico. Oggi le sue collezioni di coleotteri e lepidotteri si trovano al British Museum di Londra. Dagli anni ‘40, agli anni ‘70 ho accompagnato mio padre nelle gite entomologiche. Imitando mio padre che appuntava in un quaderno telato come quello dei fattori i suoi diari entomologici, ho preso l’abitudine di scrivere e descrivere.

Le gite entomologiche son state importanti nella mia formazione,  perché ho imparato ad osservare e leggere nella natura e a vedere quello che un occhio non esercitato non vede. Da sempre scrivo con gli occhi.

Sono stato precoce nella scrittura della poesia e la prima poesia l’ho pubblicata nel giornalino del liceo nel 1954..

Ho acquisito  la coscienza d’essere un poeta negli anni sessanta, quando ho aperto “La boutique della musica”, frequentata da artisti e giornalisti, che mi hanno dato fiducia nelle mie qualità.

 

 Da dove provengono i suoi versi? Da dove hanno origine?

 

Sento una musica dentro di me e due o tre parole comincianoa girare per la mente. Quando le parole e la musica diventano un’unica cosa, la poesia è fatta. Non so altro.

La poesia esiste come possibilità e diviene realtà, con la partecipazione fantastica e l’intelligenza del lettore.

I miei versi vengono da uno spazio che vien prima della ragione, da un coacervo in cui si legano esperienze vissute e echi lontanissimi. Io sono scrittore di prosa e poeta. Sono convinto che scrittori si diventa, poeti si nasce. Nel tempo ho imparato a conoscere nel mio corpo i sintomi dell’arrivo di una poesia. Entro in un stato quasi di trance. E’ come se lamano scrivesse da sola e dentro di me ci fosse un altro a dettare come il suggeritore nel teatro. Ma il mio sangue, la vita, gli amori i sentimenti ci sono tutti e li riconosco. Nella narrativa devi sederti al tavolino ogni giorno e scrivere un certo numero di pagine, nella poesia non c’è un tempo razionale. L’ispirazione ti assale all’improvviso.

Io nella mia poesia trovo tracce dellamia vita vissuta e del resto io da singolo per vivere mi rispecchio in un contesto sociale, che diviene la mia realtà. Io con il mio DNA sono anche il sangue degli uomini che vivono nella mia società .

 

Rilke disse provocatoriamente che “I versi non sono come tutti credono sentimenti. I versi sono esperienze”. Quanto c’è di vero in questo?

 

Rilke è stato un omo fortunato ed ha avuto delle certezze. Se io avessi la formula esatta della poesia e potessi ridurla ad una equazione perderei qualsiasi interesse per lei. Il problema è che mi dà sempre delle sensazioni diverse e come una bellissima donna non si svela mai il volto. Io non ho certezze. In realtà esistono infiniti modi di fare poesia. Io arrivo alla poesia partendo da una ipotesi negativa. So quello che non è poesia: la mafia, l’abuso edilizio, i crimini contro le razze, gli abusi del potere e le soppressioni della libertà e potrei continuare all’infinito l’elenco…

 

Dove e quando lei scrive poesie? Ha momenti particolari? Luoghi particolari? Condizioni particolari? Preferisce il silenzio, il sottofondo di una musica, i normali rumori della natura…)

 

La poesia è come la febbre; ti può colpire di giorno di notte e in tutte le condizioni.  Quando arriva l’ispirazione vado quasi in trance  questa condizione m’isola da tutto. Dal 1962 al 2012 ho avuto un negozio di musica dove con gli amici clienti ascoltavamo jazz, rock, folk. I miei amici clienti mi conoscevano bene e quando mi vedevano intento a scrivere non mi rivolgevano la parola, si servivano da sé. Era un negozio speciale frequentato da artisti, giornalisti e grandi intenditori di musica. Più che un negozio era un salotto dove si parlava di musica, libri, di cinema ed ogni tanto si vendeva un disco. La prosa l’ho scritta sempre a casa battendo 3 o 4 cartelle al giorno in modo da non perdere il flusso interiore.

 

Tra tutte le raccolte di poesie che ha scritto ce n’è una in particolare a cui lei tiene particolarmente?

 

Ho scritto sei romanzi e una trentina tra libri e quaderni di poesia. Tra i romanzi quello a cui sono più affezionato è “La stanza sul canale”. L’ho scritto appena tornato dall’Olanda dove  avevo fatto l’operaio. Avevo 22 anni. E’ una storia d’amore, ma è anche uno dei rari romanzi che parla di  emigrazione vista da un operaio e non da un sociologo.  Tra  libri di poesia e quaderni non c’è uno che amo più degli altri. Con il logo “L’arciere del dissenso” ho fatto, in casa, dei quaderni di poesia ed alcuni hanno avuto molto successo. Nel ’95 la rivista d’avanguardia  dell’Università di Mains  “Ciffre” ha pubblicato, considerandomi un poeta originale, in un numero unico l’intera raccolta, “Colibrì” in cento copie numerate. Nel 2000, la grande poetessa e scrittrice, Ana Moix, direttrice della collana “Delbolsillo”, equivalente ai Miti Mondadori, ha fatto pubblicare “Archipielago” da Plaza & Janés il più grande editore di lingua spagnola. I soli italiani presenti in questa collana Pasolini e Campana. Più di 8000 copie vendute. E una recensione su “El Pais”. In Italia stranamente non s’è mossa una foglia neanche a titolo informativo. Ho pubblicato interi volumi anche in Armenia. Quaderni con testo a fronte sono girati in tutti i paesi europei.

C’è da chiedersi come può succedere un fenomeno simile. Purtroppo la ricerca degli editori italiani e della università è zero. In Italia le migliori menti devono cercare lavoro all’estero­ e quelle che restano sono ostacolate da un sistema  clientelare invadente.

 

La domanda sarà retorica ma è d’obbligo: che cosa è per lei la poesia?

 

Anche se sono un autore poco letto lo scrivere mi fa sentire incisivo ed essenziale. E’ una panacea e fingo di curarmi. La scrittura è il perno intorno al quale gira la mia vita.

 

 

Se dico “tutti sono poeti” quanto sono lontano dalla verità?

 

Sei lontanissimo dalla verità. I veri poeti sono rarissimi. Sono dei talenti naturali. Sarà vero che non ne nascono tre in un secolo, ma sono pochi pochissimi quelli veri.

 

Perché bisogna leggere la poesia? Qual è l’utilità di leggerla o farla leggere?

 

In Italia leggere la poesia è come avere l’interruttore elettrico quando manca l’energia elettrica. La poesia dovrebbe esprimere la contemporaneità. Le mafie editoriali creano un corto circuito. Il pubblico smaliziato la poesia se la cerca in internet dove l’editoria fa meno danni. E qualcosina trova. Nel mondo si legge poco e si compra poco la poesia. In Italia bisogna essere autolesionisti a comprare libri di poesia, sui banconi delle librerie, si trovano libri poesia vecchia e stantia o come diciamo a Palermo “pisci fitusu”. E poi certe avanguardie sono come le parrucche e le ciprie che servivano a lenire e nascondere i morsi dei pidocchi nel ‘700 e ‘800. Si tratta di idee senza anima e sangue.

 

Che relazione c’è tra la scrittura e la società, con le sue influenze politiche e culturali? E come convivono questi aspetti nella sua produzione letteraria? Questa società odierna, dà spunti di poesia?

 

Non sono  in sintonia con la politica. Amo la libertà in tutti gli aspetti. Il poeta deve essere libero e amare la libertà, poi la politica sta ai poeti come ai piedi di Maradona.

 

Che ne pensa dei poeti e della poetica contemporanea?

 

Ci sono stati degli artisti Rimbaud, Mozart, Picasso che hanno lasciato un cumulo di macerie dietro di loro, ma erano dei grandi talenti naturali. Ricordiamoci che Rimbaud ha cessato di scrivere a 19 anni e Mozart a 35 è morto.

 

Pensa ci sarà un momento della storia dell’umanità in cui la poesia cesserà d’esistere?

 

Onestamente non mi auguro tanta barbarie

 

Lei crede che ogni poeta debba prestare attenzione al proprio processo creativo?

 

Io sono un autore indipendente seguito da un piccola cerchia di amici ed è con loro che discuto e tiro le somme.

 

Che rapporto ha o ha avuto con le case editrici? Esistono ancora oggi luoghi ideali di incontro/scontro tra autori?

 

Quando ho scritto il primo romanzo “La stanza sul canale” ho spedito il manoscritto in giro a quasi tutti gli editori più importanti con esito negativo. Così  ho capito che la storia non funzionava in quel modo. Sono stato da un tipografo e l’ho fatto stampare. La stessa cosa successe con ”Il fonografo a colori”. Ho vivacchiato con  Giampalo Piccari, grande talent scout di poesia di Forlì, Gilberto Gavioli e Fabrizio Orlandi, riuscivano o riescono a farlo a spese loro.

 

A cosa o su cosa sta lavorando oggi?

 

Una nuova raccolta di poesie “Parnassius apollo”

 

E per finire, un gioco: tre poeti su tutti, italiani o stranieri che hanno condizionato/arricchito la sua scrittura? Tre libri su tutti che ha letto e che le hanno

 

Rimbaud e Federico Lorca. Conosco male la poesia italiana. Al ginnasio e liceo  stavo di più sulle piste di atletica e nei campetti di periferia ad organizzare partite tra amici che sui libri di scuola. Nel 1956 sono stato campione provinciale di salto in alto. Nella corsa campestre sono stato per 5 anni nella finale dei primi classificandomi sempre tra i primi dieci.

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