Giovanni Papini sessant’anni dopo. Fede e poesia

di Giovanni Lugaresi

 

Aveva fatto in tempo a dettare il testo per la lapide apposta a Greve in Chianti sulla casa dell’amico Domenico Giuliotti, “animoso e amoroso cavaliere di Cristo”, che lo aveva preceduto di là dalla vita, quando la morte l’aveva colto in quella chiara mattina dell’8 luglio 1956…

All’ingresso del cimitero delle Porte Sante, dietro San Miniato al Monte in quel di Firenze, accoglie il visitatore un sobrio, austero sarcofago: un nome e cognome, la data di nascita e quella di morte. E’ la tomba di Giovanni Papini, nella quale riposano anche la prediletta figlia Viola e la moglie Giacinta, fedele compagna di una vita piena di avventure intellettuali, di polemiche, di tribolazioni.

D’altro canto, non si saprebbe immaginare la figura e l’opera di Giovanni Papini, senza quel vorticoso turbinio di fatti e di polemiche che costituiscono la costante non soltanto di un personaggio fra i più emblematici della cultura italiana del Novecento, ma di una temperie, quale fu quella delle riviste Leonardo, L’Anima, la Voce, Lacerba. Ora, a sessant’anni dalla scomparsa, si può tentare un bilancio dell’opera papiniana e del significato che essa ha avuto, nella consapevolezza che in questo bilancio riguardante l’autore della Storia di Cristo, sono riassunte le esperienze di tutta una generazione.

C’è stato un momento – e non è finito – che incomincia negli ultimi anni di vita dello scrittore, in cui le giovani generazioni di intellettuali hanno cercato di liberarsi della presenza di Papini, sminuendone o misconoscendone il valore, di stroncare lo stroncatore per eccellenza. Certamente, il fiorentino aveva dato fastidio a troppi, rappresentava un ostacolo per molti, con la sua presenza ingombrante. Gli impegnati di oggi davano contro a colui che aveva fatto dell’impegno la battaglia intellettuale, morale e spirituale di tutta la sua esistenza. Sbagliando, indubbiamente, commettendo errori di prospettiva, mostrandosi sordo a certi discorsi e a certe voci. Ma un uomo, e uno scrittore, che aveva pur sempre pagato di persona gli errori commessi; un uomo e uno scrittore che non aveva mai preso posizione per calcolo; un uomo e uno scrittore al quale il successo non aveva mai dato alla testa, che, diventato benestante, non aveva cambiato usanze, abitudini di vita: non si era cioè, come si suole dire, “imborghesito”.

Qualunque opinione si possa avere di Papini, una cosa ci pare si possa asserire senza tema di smentita: la sua figura e la sua opera sono indispensabili per capire la cultura italiana del Novecento; e non si può parlare di letteratura, togliendo dal panorama Papini.

A lui è accaduto di essere sempre in primo piano per mezzo secolo, poi lo si è dimenticato, da molti negletto, sminuito, trascurato. Ma la ricca biografia, i saggi, le tesi di laurea, le polemiche che il suo nome suscitò e in parte suscita ancora, non rappresentano la prova concreta che egli è ancora presente e vivo nella cultura del nostro tempo?

Perché, qualunque punto di vista si abbia, in Papini ci si imbatte spesso, più del previsto, svolgendo un discorso sulla cultura del Novecento. Né vale il discorso, tentato anni fa sulle colonne di un quotidiano milanese, di un orecchiante che volle inserire lo scrittore fiorentino nel novero dei “nostri cattivi maestri”.

Perché, se si vuole analizzarla nei particolari, dall’inizio alla fine, la lezione che Papini ha lasciato non è certamente quella di “un cattivo maestro”. E in questo concordano autori e critici, di oggi e di ieri, di orientamenti diversi: da Renato Serra a Piero Gobetti, da Pietro Pancrazi a Francesco Flora, da Eugenio Montale a Carlo Bo, da Cesare Angelini a Valerio Volpini, da Carlo Betocchi a Luigi Santucci.

Non solo, ma basta meditare sull’epilogo della vicenda terrena papiniana, su quella sua lenta, sofferta, cosciente agonia, di uomo veramente finito nel corpo, ma che volle a tutti i costi continuare il suo mestiere, il suo impegno di scrittore, per rendersi conto che un uomo che aveva vissuto come aveva vissuto e che moriva come stava morendo, non può essere considerato “un cattivo maestro”. Invero, per capire Papini, uomo e artista, non si può prescindere dalla sua agonia e dalla sua morte, che ci hanno insegnato più di certi suoi libri, più di molti suoi scritti ridondanti di polemica e di umana supponenza.

Ci sono vari motivi per asserire che la presenza di Giovanni Papini è viva nella nostra cultura. Il primo riguarda la funzione stimolatrice svolta, da solo o con l’amico Giuseppe Prezzolini, o con altri ancora, in un panorama intellettuale diviso fra le secche di un provincialismo privo di umori e di fantasia, e il grande mare della retorica dannunziana, nel quale tanti, agli inizi del ‘900… nuotavano.

Papini rappresentò una sorta di “avventuriero dello spirito”, come qualcuno ha osservato, e un singolare avventuriero. Era un ricercatore e l’inquietudine che lo pervase trasmise a tanti. Come osservò una volta l’amico fraterno Prezzolini, “il tormento che ha avuto è il suo titolo di gloria. E questo tormento ha passato negli altri, risvegliando spiriti senza poter dare loro quiete. E’ stato un tormentato tormentatore, un’anima che poneva domande e non sapeva dare risposte. Le risposte che hanno cercato i giovani della sua età e di quella che vien dopo, ciascuno per suo conto e per la sua strada”.

Ricercatore, studioso, con quella curiosità intellettuale che è tipica degli autodidatti e degli spiriti appassionati. Se ai primi del Novecento, in Italia si cominciarono a fare i nomi di Kierkegaard, di Freud, di De Unamuno, non lo si deve forse a Papini e a Prezzolini?

Nell’ansia di nuovo, in Papini si univa la riscoperta o la scoperta di tanti “nostri” dimenticati e quanto di meglio veniva d’Oltralpe. Per cui, lui, “fortemente italiano” (una volta ebbe a scrivere in un articolo sulla Voce che fece scalpore: “Italiani sì, nazionalisti no”), convinto assertore di una cultura nazionale, fu sempre aperto alle voci più significative che venivano dall’Europa e dall’America. James, Whitman sono altri due nomi (d’Oltreoceano) fatti conoscere dallo scrittore fiorentino.

Accanto all’opera di ricerca e di stimolo che direttamente o indirettamente venne dal giovane Papini, ci fu, sempre l’incoraggiamento dato ai giovani. Ce lo disse un giorno Carlo Betocchi: “A tutti ha fatto del bene; molti hanno dimenticato, ma non si può dimenticare quanto Papini ci ha dato”.

Curiosità intellettuale, si diceva. Ecco un esempio, sintomatico del temperamento papiniano in questa direzione.

Lo raccontava Carlo Bo in uno scritto comparso all’indomani della morte di Papini su di un settimanale milanese.

“Arriva il maestro Frazzi, uno degli amici più sicuri, Papini lo saluta appena e già vuol sapere da un ‘competente’ le ragioni del successo di ‘Porgy and Bess’. Devo avvertire che non si tratta di una conversazione a due, da qualche tempo Papini ha bisogno di un interprete (la nipote Anna e la figlia Viola sono rimaste le sole persone in grado di decifrare quel discorso continuo e interrotto). Frazzi tenta di spiegare con la ‘moda’ il successo dell’opera negra, si riferisce all’operetta di un tempo e non nasconde la propria desolazione. Ma Papini non è soddisfatto, ‘non mi basta’ traduce la nipote; e chi ascolta riconosce un altro tratto tipico della sua inesauribile vena polemica. La discussione continua e vince il malato, quella intelligenza murata in un corpo decaduto e sconfitto trova la vittoria piena: Papini sostiene che un fenomeno così vasto non lo si spiega soltanto con il dato della moda”.

Viene poi il prosatore, il poeta: l’artista, insomma, notevolissimo. E se Prezzolini parlò del “lirico più grande della nostra generazione”, certamente i riconoscimenti alla poesia papiniana sia in versi sia in prosa, sono venuti da più parti. Basti, per tutti, il giudizio di Renato Serra. “Ho letto con gioia l’ottava poesia. Tutte le poesie in versi dei tuoi ultimi mesi hanno qualcosa di raro, nella strettezza del linguaggio e nella libertà delle impressioni senza somiglianze: questa mi pare più definita: come un cristallo che si forma nella mobilità: ha in qualche punto la luce di una cosa perfetta: rime e suoni e solitudini si rispondono in una figura precisa di musica”.

Sempre Serra, in una lettera a De Robertis scriveva: “E’ in un momento superbo Papini: anche i suoi tentativi di poesia in versi hanno qualcosa di raro”.

La vena lirica papiniana è riscontrabile poi in tante prose: da quella stupenda di San Martin la Palma, ai Miei amici, a certe pagine dell’Uomo finito e della Seconda Nascita, per finire alleSchegge (ma su queste torneremo più avanti), senza contare Cento pagine di poesia e altri scritti in versi.

Quanto alla prosa, Papini è considerato uno dei più pretti derivati dal Carducci, la cui opera, per dirla con Giovanni Spadolini, “ebbe una funzione essenziale nella resistenza al dannunzianesimo, in nome di una concezione severa del mondo, che si ricollega agli antichi toscani del Quattro o del Cinquecento… Papini contemplò l’opera della scuola bolognese nella salvaguardia dei valori fondamentali della tradizione classica contro ogni degenerazione, contro ogni arbitrio”.

Legato al prosatore, c’è il critico, di un genere tutto particolare, del quale oggi s’è persa traccia. Sentiamo Piero Gobetti che cosa scriveva: “In mano a Papini la stroncatura è arma libera e onesta: ha fatto molto bene alla letteratura e le fatto molto male quando Papini ha voluto essere più bislacco del solito ed è stato più vuoto. Questa forma di recensione polemica ha un certo valore caratteristico specialmente nel suo più grande rappresentante”.

Più tardi, a proposito di un libro non dimenticato di Papini, L’uomo Carducci, il direttore di Rivoluzione Liberale scriveva: “E’ un libro che ci avvicina di più al Carducci; ci fa comprendere la personalità viva, possente, schiettamente popolana dell’uomo che è naturalmente l’anima della poesia. Abbiamo la base per l’esame della poesia carducciana, l’introduzione… Il gran pubblico non sa che farsi della critica e della filosofia e Papini che vuole essere letto ti dà il saggio non critico, l’antifilosofia, ti dà il libro come sa scriverlo solo lui da rude popolano fiorentino. Non è pensatore mai, artista sempre. E qui, accanto al Carducci, ha voluto mettere tutto se stesso parlando, oltre che del suo uomo, di sé con un po’ della consueta alterezza, ma insieme con tante sincerità da far ripensare all’Uomo finito.

E considerato che stiamo citando Gobetti, annoteremo altre sue espressioni a proposito della Storia di Cristo: un libro emblematico, con un significato eccezionale per quel tempo, ma che sotto il profilo artistico fu valutato variamente: da una parte lo criticarono – con motivazioni diverse – Prezzolini e Buonaiuti, dall’altro lo lodarono in molti, e fra questi Missiroli e Gobetti, che annotò: “Dall’Uomo finito alla Storia di Cristo c’è uno sviluppo spirituale e psicologico perfettamente legittimo. Tra Le Memorie d’Iddio e la Storia di Cristo noi non scorgiamo contraddizione. Dal Leonardo a oggi, Giovanni Papini ha seguito e capitanato tutti i movimenti spirituali che, contro il razionalismo postkantiano e contro l’idealismo, diffusero le concezioni tradizionali, antimonistiche, a base sentimentale, che il cattolicesimo accettò sistemando l’originario nucleo mistico del pensiero cristiano… Chi parla d’insincerità o di posa nell’adesione di Papini al cattolicesimo, è insinuatore moralmente spregevole e uomo di studio senza serietà… Stile oratorio, ma non retorico… Ogni capitolo è costruito, solenne come un canto, preciso come una dimostrazione. La nota dominante è la completezza”.

Il discorso lo riprenderemo dopo.

Torniamo, piuttosto, alla stroncatore, per constatare la tristezza dei giorni nostri nei quali più nessuno ha il coraggio di dire che un libro è sbagliato, che non vale la carta. Mario Guidotti centrò il bersaglio a suo tempo, scrivendo: “A un letterato sano non può non venire, oggi, addirittura nostalgia di Papini, del Papini delle Stroncature, un libro non eccezionale, un libro che rasenta il libello e il pamphlet, ma quanto ancora autentico nella sua volgarità, nella sua iconoclastia anche blasfema, nel suo rigore becero! Sì; non era tutta critica letteraria, quella; era in gran parte libellismo e giornalismo. Ma il letterato vi vibrava come una corrente elettrica, e così l’erudito, il traduttore, il filologo, il lettore, il biblofago (aveva ‘divorato’ quattromila volumi in tre anni, il Papini, e lo dimostrava). E soprattutto vi si imponeva l’uomo coraggioso che ‘stroncava’ un libro e uno scrittore. Oggi, chi ‘stronca?’ chi ‘giudica e manda?’ Vi capita mai di leggere un lungo articolo di terza pagina o dei grossi rotocalchi in cui si dice che un libro è bruttissimo, che non contiene poesia, che è sbagliato? Non vi capita. Chi scrive, elogia; magari senza gridare, magari con la voce fioca dalla vergogna, magari esprimendo alcune riserve; l’approvazione, il consenso, sono generali; quelle robuste collere d’un tempo, quelle astiose inimicizie, sono state sostituite da inimicizie non meno astiose, ma mascherate, chiuse nell’ambito dei salotti o dei cenacoli letterari”.

Ed eccoci all’ultimo (ma non ultimo!) elemento della ricca personalità di Papini che non ci stancheremo di sottolineare. La fede. Papini fu ricercatore in tutti i sensi e in tutte le direzioni. Le sue adesioni al pragmatismo, all’idealismo, all’occultismo, al futurismo, furono tappe intermedie verso la conquista di quella Certezza che si identifica con la Verità: quella Certezza, alla quale Papini anelava nelle pagine dell’Uomo finito, che, come acutamente osservava Gobetti, era un’anticipazione della Storia di Cristo, nel senso che vi traspariva tutta l’insoddisfazione dello scrittore, dell’intellettuale assetato di verità. Ci sarebbe voluta la prima Guerra mondiale, quell’immenso carnaio, quelle distruzioni e quei morti, per far approdare Papini alla fede: il colpo decisivo insieme alle esortazioni di quell’anima generosa che era Domenico Giuliotti.

Il giorno in cui Papini consegnò all’editore il manoscritto della Storia di Cristo, annotò sul suo diario: “Sono felice”. Ma quel libro, tradotto in tutte le lingue del mondo, venduto… “a vagoni” negli Stati Uniti (come ci raccontò Prezzolini), rappresentava soltanto la testimonianza “esterna”, artistica, materiale diremmo, della conversione. In realtà, Papini la fede conquistata la serbò intatta sino alla fine, anzi, proprio alla fine si vide come egli fosse veramente uomo di fede: coerente. Tutti sanno della sua lenta, sofferta, agonia, quando, quasi cieco, immoto e muto, con l’intelligenza ancora viva, continuava a trasmettere i suoi pensieri, le sue osservazioni, le sue riflessioni sul dolore. Era la prova più dura, dopo l’angoscia della seconda guerra mondiale. Ed era quella decisiva. Acutamente, osservava Carlo Bo: “Se Papini fosse stato soltanto un uomo di carta, come tante volte abbiamo letto, il tempo della malattia ne avrebbe messo a nudo e coperto le debolezze, le insincerità, gli errori di umanità. Insomma, sarebbe apparso come uno degli spettacoli più rattristanti, quello dell’intellettuale che non ha un centro, non un ideale, non una religione. Ora nelle pagine che dettava alla nipote e che riflettevano una tensione nuova, si deve riscontrare una maturità stupefacente, una saldezza morale rara; la coscienza libera di un uomo che aspetta la morte non ha un attimo di perplessità o di paura”.

Non aveva forse scritto, Papini, “Sempre più cieco, sempre più immoto, sempre più silenzioso. La morte non è che immobilità taciturna nelle tenebre. Io muoio un po’ per giorno, a piccole dosi, secondo il modulo omeopatico./ Ma io spero che Dio mi concederà la grazia, nonostante tutti i miei errori, di giungere all’ultima giornata con l’anima intatta”?

E non aveva anche scritto: “Ho sempre sostenuto la superiorità dello spirito sulla materia: sarei un truffatore e un vigliacco se ora, arrivato al punto della riprova, avessi cambiato opinione sotto il peso dei patiri. Ma io ho sempre preferito il martirio all’imbecillità”?

E, ancora, si legge nelle ultime Schegge: “Ringrazia ogni fiore che hai occhio per vedere./ Ringrazia ogni canto che hai orecchio per udire./ Ringrazia ogni sorriso che hai cuore per amare./ Conobbi un fanciullo che si rallegrava alla caduta delle foglie; ora che è vecchio ringrazia ogni sera il tronco nudo che si leva su dalla terra nuda, simile ad una colonna di gloria”.

Ecco, nell’epilogo terreno, l’uomo assurge alla più alta dignità, nell’eroica sopportazione del dolore, e l’artista raggiunge esiti di poesia altrettanti grandi. E’ ancora Bo a commentare: “Fino a quando Papini ha creduto di dover soddisfare la sua posizione di maestro, di scrittore cattolico e di guida, il maggior numero dei suoi gesti svanivano nel vuoto, non avendo facoltà di presa. Il giorno in cui la vita lo ha costretto a chiudere le porte del suo museo, anche tutto il guardaroba d’accatto è scomparso ed è rimasto l’essenziale che era naturalmente molto poco: ma qui egli ha avuto finalmente la sorpresa di rinnovarsi, senza schemi, senza propositi. Come si è rinnovato? Guardando il mondo, godendo nella memoria la parte viva del passato, non contraffacendo più i sentimenti, insomma legando il suo discorso a due o tre cose che si sarebbero chiamate felicità, gioia, amore, tante parole che non avevano più corso da gran tempo nella letteratura”.

Ecco la lezione intima, profonda, di fede e di poesia, lasciataci da Papini: ecco l’esempio luminoso che viene da una vita operosa e avventurosa: una vita tutta tesa alla ricerca della Verità e quindi, alla testimonianza della Verità; una vita nella quale l’uomo e l’artista, a un certo punto, erano diventati una cosa sola, nella fede mirabilmente professata appunto, usque ad mortem.

 

da: www.riscossacristiana.it

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