“Il “mundus imaginalis” di Elisa Roccazzella tra trascendenza, mito e memoria” di Antonio Martorana

Quel potere di redenzione emotiva sul lettore d’incantamento - diceva Novalis - che la poesia esercita nel rimanere fedele alla propria identità originaria di “arte del discorrere della coscienza”, nel senso di penetrare l’essenza dell’essere, emana dai versi della nuova silloge poetica di ELISA ROCCAZZELLA “LA FOLLIA DEL SOLE” (pref. Tommaso Romano, Palermo, Thule, 2018).

Sarà allora il lettore stesso a rendersi conto di essere in presenza d un testo, che, nel piano della qualità estetica non ha nulla a che vedere con quella che Eugenio Montale, con giustificato allarmismo definiva la “torrenziale produzione poetica dei nostri giorni “. IL fatto che tale testo veda la luce a distanza ventennale dall’opera d’esordio “I FAVI D’HYBLA” (pref. Alfio Inserra, Palermo, Thule) potrebbe ingannare il citato lettore, facendogli pensare che la pausa possa rientrare tra i silenzi di cui parla Tillie Olsen nel suo saggio “Silences”, del 1978, riferendosi alla ricaduta, per una scrittrice, nell’imprigionamento uterino del disagio sociale o esistenziale. Ma non è questo il caso di Elisa Roccazzella, non essendosi verificato alcun momento di criticità creativa nel suo percorso. Si è trattato, al contrario, di una fase di intenso lavoro di affinamento dei mezzi espressivi, mirato alla conquista di un demain teso a rendere meglio il proprio “mundus imaginalis”, speculare a quella che James Hillman chiama la “fase poetica della mente”.

Se vogliamo allora riprendere l’immagine evocata da Heidegger nel titolo del suo scritto “Cammino verso la parola” del 1959, essa non ha mai smesso di camminare in direzione della parola - obiettivo cui tiene più della stessa aria che respira, considerato che, la nostra Autrice, ha avvertito sempre il bisogno d’instaurare con la parola un rapporto simbiotico: ”entrerò dentro le parole”, ( Dentro le parole ). Rapporto ripreso nella poesia (La parola ) … Essenza divina del poeta/ umile e paziente sopporta / la sua lima -  la parola -/ quando in stancabile il poeta/ la leviga, la smussa, la scortica/ e tortura,/ finché …/ scevra d’ogni impurità/ al verso … felice la consegna …/   Ciò  nell’intento di stringere con la poesia, una volta: “ mandata in cocci l’eternità delle clessidre” (Bella più che mai ) ,un patto perenne di fedeltà: “Con lo sguardo dell’ultima volta/ per sempre t’amerò./ E i miei sospiri cadranno / con le luci dell’alba,/le tue parole / - come raggi dorati -/pioveranno all’ombra della mia passione!/    Quando invoca la Musa, nessun turbamento la fa trasalire se la vede allontanarsi, non dubitando sulla prossimità del suo ritorno”...Sei andata via.../ sì … sei andata via!/ Ma non ti ho perduta, /so che presto tornerai/ come sempre sei tornata/ - tenera di lauri e mirti -/ sì … ritornerai/ per rendermi la scintilla/ di quel fuoco/ che divora il mio cuore di poeta,/la mia anima /d’elicriso. (Vergine o Vestale).

Al di là dell’aspetto meramente stilistico, questo cammino dell’Autrice, risponde a profonde ragioni esistenziali, a quella che potremmo definire una ricerca fenomenologica di sé per la conquista di una vera autenticità, al riparo dalle modedel conformismo e dalle prescrizioni di natura ideologica.

Quando si parla di autenticità, pensiamo alla “Subjektiven Authentizitat”, come ricostruzione della realtà sul filo della memoria, di cui parla Christa Wolf nelle sue  Premesse a Cassandra ,intervenendo a sostegno di Anna Seghers nella polemica che vide quest’ultima scendere in campo contro le prescrizioni di un rispecchiamento passivo della realtà poste da Gyorgy Lukacs  nelle “ Premesse a Cassandra” (1984).

E sul significato spirituale dell’iter verso la parola - subjrktivev Authentizitat,  fa riflettere un passo di Wilhelm von Humboldt, riportato da Heidegger nel citato scritto: “quando l’anima si sveglia, una volta per tutte, al sentimento che la parola  non è solamente un mezzo di scambio per la reciproca comprensione, ma è anche, al contrario, un vero mondo che lo  spirito deve necessariamente porre fra lui e le cose, grazie al suo lavorio interno, allora è sul vero cammino di ritrovarvisi sempre più e  di trovarvi asilo.”

Sotto il profilo stilistico il percorso di Elisa Roccazzella è coronato dalla conquista del linguaggio della rappresentazione in grado di ri-comporre un reticolo di interrelazione con i semi simbolici disseminati sul terreno del reale.

E’ chiaro come il testo sia riconducibile all’area della consonanza, collocata agli antipodi dell’area della dissonanza, da cui nota, Hugo Friedrich “si sprigiona una tensione che tende più all’inquietudine che alla serenità” (Hugo Friedrich - La struttura della lirica moderna).

E’ sicuramente quella consonanza a rispecchiare l’aspirazione all’armonia, alla perfezione del Bello, come retaggio prezioso della classicità, è l’appartenenza ideale di Elisa a quel mondo, e ciò si evince dalla messe di citazioni epigrafiche antiche: Omero, Virgilio, Orazio, Ovidio, Seneca, etc …, e di frasi autografe in margine, che,in interazione con citazioni della  modernità  e della contemporaneità: Shakespeare,        

Goethe, Leopardi, Pascoli Tagore, etc … costituiscono quella che Compagnon definirebbe “zona intermediaria fra ciò che è nel testo e ciò che è fuori dal testo” (Compagnon, La seconde main, Paris, Senil; e, sulla stessa lunghezza d’onda, Lejeune ( Le pact autobiographique, Paris, Senil 1975 ).

I citati Compagnon e Lejeune, ci introducono nel terreno ermeneutico di quella paratestualità intesa come “insieme eteroclito di pratiche e discorsi di tutti i tipi e di tutte le età”; che è al centro della metodologia elaborata da Gèrard Genette, tesa a cogliere la rilevanza delle varie strutture immanenti nell’opera, visto che i “ segnali accessori, autografi o allografi ”, non fanno che procurare al testo un “contorno variabile, e a volte un commento ufficiale o ufficioso …  che è indubbiamente uno dei luoghi privilegiati della dimensione pragmatica dell’opera, vale a dire della sua azione sul lettore”(G. Genette, Soglie, Einaudi,1989). In quest’ottica, le epigrafi allografe e le citazioni autografe costituiscono i tasselli di una dialettica significante, dal cui fondale -  come l’amo di una lenza gettata nel mare - l’Autrice recupera un palinsesto sommerso dilavato, ma ancora per fortuna leggibile, contenente i paradigmi del pensare e del sentire che le consentono -  riconoscendovisi – di riappropriarsi della propria identità.

Un testo dalla fisionomia “eteroclita “darà la sensazione di non essere il parto grafico delle mani di un solo autore, bensì delle tante invisibili mani di coloro che, in un certo senso, l’hanno preceduto nella stesura, incidendo nella sua formazione e su quella che si suole definire weltarchaung.  Ciò vale pure nel nostro caso apprezzandovi la naturale capacità di Elisa Roccazzella nel ricomporre la pluralità degli echi di vari autori, nell’unicum di un’originale creazione, che sa essere sintesi di particolare e universale. Ecco perché riteniamo di poter suggerire come l’approccio ermeneutico più adeguato al testo sia quella metodologia genettiana cui si faceva riferimento, in quanto consente al lettore di risalire dalla ricognizione tassonomica di tutti i “segnali ”percepibili alla “ specificità  ontologica” della reale intenzione autoriale, che è quanto dire alla sua poetica, la quale - per la centralità, come tensione verso il mondo dell’Oltranza, dove il destino dell’uomo raggiunge la sua vera meta, ci ricorda la grande lezione di Pietro Mignosi circa il concetto di inscindibilità,  fra trascendenza ed ispirazione poetica, confermandoci come Elisa non faccia che inverare le  parole di Karol Wojtyla, nella sua lettera agli artisti del 4 aprile1999, per la  Pasqua di Resurrezione, secondo cui ogni forma autentica di arte è una “ via di  accesso alla realtà più profonda dell’uomo e del mondo. Come tale essa costituisce un approccio molto valido all’orizzonte della fede in cui la vicenda umana trova la sua interpretazione compiuta”.

Così “il vento della Fede” può irrompere impetuoso nei versi che seguono e che Elisa ha voluto dedicare come segno di profonda riconoscenza, a una figura esemplare di pastore di anime, a Mons. Antonio Di Pasquale (1928 – 2006 ) nel suo cinquantesimo  sacerdotale “… e la tua parola/ la Sua parola possente/ a sostegno della terra, del Cielo,/ s’imprima nel nostro cuore,/ come l’immagine del Cristo/ nel lino della Veronica./ E le tue mani devote e autorevoli /che ci nutrono col  pane della Spiga Eletta/ci benedicano mentre noi ti benediciamo/ abbandonati a  Cristo/ alla sete del Suo Amore. (Nel Vento della Fede).

Valutando adesso, sempre per restare nell’ambito della metodologia genettiana, la rilevanza di quel segnale accessorio che è la Prefazione, contenente, diceva Novalis, le istruzioni per l’utilizzo di un libro, qui siamo in presenza di un testo allografo con la firma prestigiosa di Tommaso Romano. E’ dunque il caso, peraltro previsto da Gennette, di un personaggio che - forte della posizione dominante che gli conferisce generalmente la sua notorietà - potrebbe essere tentato di utilizzare l’opera come “un semplice pretesto per un manifesto, una confidenza, un regolamento di conti, una divagazione”. Inutile ricordare che mai Romano si presterebbe ad operazioni perseguenti finalità estranee ad una corretta ricognizione letturale. Anche se la sua posizione risulta, vogliamo aggiungere, rafforzata dalla duplice veste di editore – prefatore; il contributo prefativo da lui offerto, non scivola mai nei formalismi, per usare le parole di Borges, di un “discorso alla fine di un banchetto” o di “un’orazione funebre”. Si tratta del commento rigoroso all’estetica del testo di Elisa Roccazzella, di cui vengono messi in luce, direbbe Genette i “significati profondi e già per questo gratificanti”.  E’, questo, l’inveramento della possibilità, che le due “funzioni, di valorizzazione e di commento critico, non siano affatto incompatibili”.

Romano evidenzia l’autenticità e la profondità di “poesie distillate al fuoco del significante sentimento che non può morire”; un sentimento alimentato da una “trascendenza interiorizzata nella redentiva forma lirica, attraverso la contemplazione”.  Dalle sue considerazioni emerge chiaramente che la nostra poetessa vive la scrittura non soltanto come esperienza estetica, ma soprattutto come esperienza etica, capace di offrire “una possibilità di umanizzazione nel tempo oscuro della tecnica” dominato dal feticcio del logos telematico.

Tornando adesso a noi, va ribadito che, accanto al motivo della trascendenza, sono da considerare altre due importanti coordinate del mondo poetico di Elisa: il Mito e la Memoria. Si coglie anzi nel testo una circolarità di tre elementi costituenti la triade: Trascendenza - Mito -Memoria, posto che, come osserva Rollo May, “il mito viene conservato nella memoria” ( R. May – Il richiamo del mito 1991)  e che per Sartre, “ Il mito è un comportamento di trascendenza ”. Allora è proprio quella struttura triadica l’architrave della relazione triangolare Antropos-Cosmos-Logos- nella topologia dell’universum di Elisa Roccazzella.

La posizione dell’Autrice dinanzi al mito è antitetica rispetto alla “mitoclastica “, apportatrice di frustrazione, di cui parla Harvard Gerome Brumer “quando i miti dominanti non rispondono più alla varietà di situazioni in cui l’uomo viene a trovarsi”.  Certo essa non potrà mai condividere le immagini dissacratici di cui si compiace Rimbaud, quando parla di Baccanti della periferia, di Venere che porge l’acquavite agli operai, di cervi che in città poppano alle mammelle di Diana.

Nella consapevolezza che il mito è la grande ricchezza dell’anima siciliana e che come dice Thomas Mann “La vita nel mito è una festa”, si comprende lo stupore estatico con cui Elisa partecipa a quella festa perennemente rinnovantesi  sullo sfondo di un paesaggio cantato da un’infinità di poeti e scrittori, da Teocrito a Salvatore Quasimodo e  Giuseppe Tomasi di Lampedusa. E’ il mito ad alimentare quel “piacevole intrigo di pathos e melos” (Alfio Inserra ) che permea “ una  poesia intrisa di luna, di canti, di vento di meraviglie ”( Giuseppe Bonaviri ).

 E’ il mito a rafforzare il legame memoriale di Elisa con le proprie radici, che ci ricorda l’espressione Clauben an Irdisches, usata da Christa Wolf. E’ quel legame ombelicale a suscitare nel suo “intus”  l’accendersi o il dissolversi di segrete risonanze, onde vibratorie euritmiche convergenti verso la luce:  “  E sarò sole …/ folle e abbagliante/ nei campi di grano/ che spolvera d’oro i gigli della grazia/ e coi dei papaveri/ festeggia innamorato le sue spighe,/ e tutte di splendore / più belle le abbraccia/ e le riveste / se sfolgora l’estate. (E sarò pioggia).

 

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