“L’amore, l’ascolto, lo sguardo …” di Maria Pia Iovino

E come ogni giorno, ti amo di più oggi, più ieri e meno di domani
(Rosamonde Gerarde)

Amore, un sentimento talmente alto e nobile di cui, poeti, musicisti, cantanti e uomini innamorati di ogni tempo hanno composto opere, testi, brani, così onirici da fare scalare le vette dell’irraggiungibile per coglierne la sua profondità e scalfire i meandri più reconditi delle menti e anime più inflessibili.

Ma, siamo sicuri di saperne cogliere, adeguatamente, la sua portata, laddove utilizziamo, ricorrentemente, questo termine, nella vita quotidiana, a volte, in maniera inflazionata, e ignara del suo peso?

La storia, le testimonianze, vite vissute raccontano gesti estremi in cui si è tradotto tale sentimento, per il quale c’è stato da parte del suo autore, un autentico lancio e veritiero spirito di abnegazione, di generosità estrema verso il destinatario/destinatari/ie di tale sentimento. Non sempre, tuttavia, tali manifestazioni sono state pervase da autentica spinta avvolgente di amore vero, laddove in altri casi, ahimè, “un dolce e lusinghiero parlare era semplicemente, intento a sedurre il cuore dei semplici” (Romani, 16, 18) e per un ritorno abietto e sacrificale.

Una forma estrema di amore è quella di un padre, di un soccorritore che con disprezzo del pericolo, si lancia a salvare la figlia, la moglie o, un bagnante in difficoltà dalla furia del mare,  o dal fuoco consumante di un incendio; nondimeno, di quello di un esponente delle Forze dell’Ordine o, di un passante, per sottrarre alla violenza dell’aggressore una vittima indifesa; di una donna che dona un suo organo al congiunto, colpito da un’avversità etc.; di un uomo che si spoglia di un indumento che indossava per darlo al clochard in ipotermia. Gli esempi si potrebbero moltiplicare, cogliendoli dalla vita quotidiana, anche da operativi gesti anonimi, che non passano attraverso gli onori della cronaca ma, che si verificano realmente intorno a noi …

Ma, cos’è veramente l’amore, nella coppia, nel rapporto tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, tra nonno/a e nipote, tra datore di lavoro - lavoratore/trice e colleghi, nell’amicizia, alla guida di un mezzo privato, all’interno e alla guida di un mezzo pubblico, in una discoteca, a scuola, in una struttura sanitaria e parasanitaria, in una casa di riposo, in un asilo, in un ufficio postale, nel rapporto tra un uomo politico eletto (che diviene curatore dell’interesse collettivo) ed elettori, o in seno alla comunità ecclesiale (vera fonte, almeno, ufficialmente, di autentico amore fraterno), da cosa si compone, cosa lo contraddistingue, come lo si riconosce, e cosa  lo affonda e lo rinnega, praticamente?

Semplicemente, l’amore è l’altro, nella misura in cui noi amiamo noi stessi …

Il comandamento “Ama il prossimo tuo come te stesso”, (Marco 12,31) fornisce un illuminante indicatore per potere misurare quanto amiamo noi stessi, quanto sappiamo rispettarci individualmente, nel corpo, nella mente e nello spirito, per acconsentire all’altro di poterlo amare, non con semplici ed isolati bei gesti, benché mirabilmente apprezzabili, ma come stile di vita, che contraddistingue una identità che ama veramente, come ci viene chiesto nel secondo comandamento e come ci scatta automaticamente, quando abbiamo sperimentato nella nostra vita questo profondo e meraviglioso sentimento, compreso il costo che esso comporta.

Sembra facile ma, non lo è coglierne la sua essenza e la sua pratica.

Ci amiamo personalmente, quando sentiamo il linguaggio del nostro corpo che comunica un malessere psico-fisico al quale rispondiamo, non cercando di ignorarlo ma, premurandoci di prestare le debite cure, i rimedi, di considerare in toto il malessere, cessando con abitudini e pensieri malsani che ne compromettono il benessere; non ultimo, sforzarsi di combattere un parlare oscuro che toglie energie positive alla mente e all’agire;

Ci amiamo personalmente, quando permettiamo al silenzio di parlarci, senza sfuggire e sottrarci puntualmente, al suo roboante mutismo, per poterci rivedere dentro, se dobbiamo intraprendere una nuova visione delle cose,  della vita, delle persone ed al contempo, abbandonare una vecchia, errata ed egoistica visione della vita, non di rado e inconsapevolmente avida di trofei autocelebrativi, fagocitanti il proprio io;

Ci amiamo personalmente, quando ci concediamo il tempo del dovuto riposo e lo utilizziamo, responsabilmente, conciliando il contatto con la natura, con l’arte, le bellezze paesaggistiche, con la buona qualità del sonno, con l’attenzione agli affetti più cari e la vicinanza alle persone sole, sofferenti, evitando eccessi, bagordi, irregolarità alimentari, frequenze inopportune;

Ci amiamo personalmente, quando concediamo allo spirito, (perché diciamocelo chiaramente, non siamo fatti di solo corpo) di nutrirlo, entrando in comunione con il Creatore e Salvatore, con la preghiera, con la supplica, con la lettura della Sua parola, che ci corregge ed a cui esprimiamo gratitudine per la vita che ci dà, per quanto ricevuto, per la sua vicinanza quotidiana, per i piccoli e i grandi scampati pericoli, con l’intervento invisibile dei Suoi angeli ma, ringraziarlo anche per ciò che non abbiamo ricevuto, perché evidentemente, non era il momento o, non era per il nostro bene, anche se ciò non lo accettiamo; ma, fondamentalmente, perché Egli ha mandato Suo figlio a morire sulla croce per l’umanità tutta e per ognuno di noi individualmente. Tuttavia, non è infrequente che inconsapevolmente, Lo offendiamo, con pensieri, azioni ed omissioni; giudicando, puntando il dito sull’altro, alimentando pregiudizi e pettegolezzi e non riusciamo a vedere nella persona che siede accanto, nella panchina in chiesa, il fratello, la sorella in Cristo – “Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? Cessiamo di giudicarci gli uni gli altri” (Romani 14: 10,13) ma, ci limitiamo a guardarlo per il suo passato, come è vestito, come canta, se è stonato/a, se mette le monete nell’offertorio …, senza verificare piuttosto, la sua vera conversione o la nostra, di formali religiosi, etc.

"Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?" (Luca 6,41).

“Vi ho dato un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche gli uni gli altri. Da cosa riconosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13, 34-35).

“L’amore sia senza ipocrisia. Aborrite il male e attenetevi fermamente al bene. Quanto all’amore fraterno, siate pieni di affetto gli uni per gli altri” (Romani 12, 9-1).

Ci amiamo quando la nostra personale dimensione si schiude verso l’altro, il nostro prossimo che la vita ci mette davanti, con illuminato discernimento, per osservarlo, in una dimensione rivisitata da una nuova coscienza … Le cose vecchie sono passate, ecco sono diventate nuove  (2 Corinzi 5, 17).

L’altro è quotidianamente intorno e dentro di noi. Ma, ciascuno decide cosa essere per il prossimo, con il proprio parlare che non è solo verbale, annoverando nel nostro linguaggio anche uno sguardo, una movenza, una postura, un tono di voce che, stante la programmazione neurolinguistica (PNL), sono più attendibili delle parole, anche belle ma, non sempre corrispondenti alle reali intenzioni e sentimenti del proprio cuore;

Le parole rassicuranti devono essere accompagnate, per coerenza dall’agire. Una donna, un uomo, un giovane, un’anziana signora, a cui viene detto “ti voglio bene”, un corpo elettorale a cui il politico di turno fa faville per ottenere consensi, con comizi e post rassicuranti sulle pagine social, od ancora il management di un istituto di credito che tranquillizza, con offerte e proposte allettanti, i propri risparmiatori, i pazienti e gli assistiti in campo sanitario a cui viene promesso da parte dei medici con il loro giuramento di Ippocrate, di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica, di prestare la propria opera con diligenza, perizia e prudenza, di promuovere devono riposare nelle stesse parole, allorquando le azioni ricevute sono conformi al parlare di chi le pronuncia, altrimenti si è di fronte ad un doloroso ed ignominioso affronto che segna, profondamente e indelebilmente, vite intere, trascinando esistenze nel tunnel dello sconforto, del turbamento, della sfiducia e della chiusura verso gli altri, che difficilmente, potranno essere ripristinate, nello status quo ante, conducendo le vittime, nella migliore delle ipotesi, nella generalizzazione massificata dell’individuo: “sono tutti uguali; sono tutti imbroglioni, sono incompetenti, di chi fidarsi, ed altre simili espressioni ad effetto, quando non si traducono in gesti estremi -  Mi fido di te” è un complimento migliore di un “ti amo, perché non puoi sempre fidarti della persona che ami, ma amerai sempre la persona di cui ti fidi (Anonimo).

L’indifferenza, il non ascolto, l’assenza di comunione e condivisione vere, il parlare licenzioso, menzognero, pungente, accusatorio, un sguardo maligno, o una mancanza di sguardo, sospiri di sopportazione, silenzi logoranti, protratti troppo a lungo, l’orgoglio, che dissodano il campo della collisione, aprono le porte a stress emotivo, a disturbi psicosomatici, a cui il corpo può rispondere con manifestazioni che possono assumere pieghe le più distruttive (Disturbo Post Traumatico da Stress – D.P.T.S.), di cui ampia letteratura si è consolidata nel campo biomedico, anche orientale, per il quale il ruolo preminente è sempre assunto dalla manifestazione dei sentimenti dell’uomo, dentro e intorno a sé.

Non a caso, le scoperte recenti, hanno visto la nascita di trovate, un po’ discutibili per certi aspetti (La giornata mondiale degli abbracci) se provenienti da persone sconosciute ma, dettate dalla necessità di sanare, superare, riscaldare vite spezzate, (con assaggi di ossitocina, - ormone della salute), dal fuoco devastante che avvolge i protagonisti delle “rassicuranti mura domestiche, o dalla solitudine aggressiva, non solo fisica, delle stesse mura domestiche.

La medicina è e sarà sempre la stessa, a basso costo (economico) da assumere  ogni dì, prima e dopo i pasti: amarsi, amare, sopra ogni cosa, sempre, perché più ci si ama meno ci si ammala e meno ci si ama più ci si ammala. Non uno scioglilingua ma, un fattore scientificamente attestato, che deve spingere a rivedere tutti i parametri errati con cui ci si è misurati con gli altri e di cui ci si è scioccamente, fatti accompagnare, seminando, con superbia e alterigia, malessere, vittime, mediocrità tossica.

Amare, non è guardarsi l’un l’altro ma, guardare insieme nella stessa direzione” (Oscar Wilde).

Solo con un dietro front sincero, riconoscendo la nostra miseria, non sempre universalmente riconosciuta dagli altri, non può restarci che tuffarci nel bagno dell’umiltà e invocare, con sguardo sommesso, la vera fonte dell’Amore, perché riempia i nostri vasi, fatti di malta che non regge, perché Egli possa riempirli di fiumi di acqua viva.

“Chi ha sete venga a me e beva; chi crede in me, come dice la Scrittura: fiumi d’acqua sgorgheranno dal suo seno” (Giovanni 7, 37-38).

                

Maria Pia Iovino

Docente di discipline giuridiche ed economiche

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