L’intramontabile “Serrajo” di Trilussa, fra leggerezza giocosa e inguaribile disincanto – di Maria Nivea Zagarella
- Dettagli
- Category: Scritture
- Creato: 13 Gennaio 2026
- Scritto da Redazione Culturelite
- Hits: 110
A poco più di 75 anni dalla morte di Trilussa la sua favola a simbologia animalesca Er Serrajo conserva intatto lo smalto di una attualità che costantemente si rinnova, perché nella Storia si ripetono i “domatori” che, cavalcando il vento del tempo e le attese/umori del momento, tessono le loro sottili, trionfanti, trame. Trilussa (1871/1950) esordì -come si sa- nel genere della “favola”, dove secondo il critico Pietro Pancrazi raggiunse tutta la sua eccellenza e trionfò, nel 1901 con le Favole romanesche e nel 1903 con Er serrajo, stampati dall’editore romano Enrico Voghera al quale il poeta rimase legato fino al 1919 prima di concedere, dal 1922, l’esclusiva a Arnoldo Mondadori. Favole sul modello degli antichi e della tradizione (Esopo, Fedro, Orazio, La Fontaine, Meli…), ma con morale adattata ai tempi moderni, e con un repertorio animalesco arricchito e ampliato anche ad animaletti piccolo-borghesi, secondo la felice definizione di Pancrazi, quali pulci, tarme, pidocchi, tarle, bacherozzi… accanto ai più tradizionali, ma da Trilussa rivisitati e talora rovesciati, lupi, agnelli, somari, leoni, volpi, topi, formiche, cicale. E con scelte preferenziali per il gatto, il porco, la scimmia, il cane, il pappagallo. Si muove il poeta con determinazione fra tradizione e contemporaneità, fra leggi invariabili dei rapporti umani e verifica nel presente di tale ripetitività. Ne fornisce un gaio, umoristico, esempio, con tutta la malizia del divertimento fantastico e intellettuale e dello scetticismo di fondo dell’autore, il Serrajo, anche se l’umorismo trilussiano non vi ha ancora raggiunto l’incisiva maturità e la compatta organicità strutturale di componimenti quali saranno, per citarne solo due, Er testamento di Meo del Cacchio e Er nano diplomatico, la cui stringente logica si snoderà diritta, netta, consequenziaria, senza concessioni al facile orecchio/gusto del pubblico.
Nel Serrajo “si sente” invece l’abile “dicitore” (famose e applaudite le recite di Trilussa in tournée a inizi Novecento -a dire di Ermete Novelli-) che vuole assecondare una platea, alla quale non dispiacciono i giochi di parola (Fintanto che le fiere serviranno/ a fa’ guadagnà l’ommini, saranno/ come le fiere…de beneficienza), certi luoghi comuni (gli allisciamenti e bacetti della domatrice al leone, che sono er vecchio sistema de le donne) e il frasario popolare più corrivo (lo possino ammazzallo in braccio a mamma!.. lo possino scannallo a mare rosso… e bonanotte ar secchio!...), limiti presenti soprattutto nella sezione La ribbejone. Nella prima parte della favola (Er comizzio) l’insoddisfazione del Leone che chiuso in gabbia, vedendo da un finestrino il cielo e il mare, sente nostalgia del deserto e della libertà (Ero libbero, allora! Ero Felice!), e dà sfogo alla vergogna e al dispetto per tutti i soprusi del domatore e della domatrice cui è costretto ad obbedire nonostante il suo altisonante nome (Oplà! Nerone! Un altro salto! Alé!...) e il suo essere Re, crea l’occasione dello “sciopero” collettivo degli animali e di una riflessione politico-sociale, cui fa da sfondo l’Italia giolittiana che, contro le leggi eccezionali proposte dal Ministero Pelluox (1896-1900), aveva appena ristabilito i diritti di associazione e di stampa, e ammesso lo sciopero, donde il climax ascendente della protesta del leone: E’ un’infamia! un sopruso! una vergogna!, seguita dalla proposta: Bisogna fa’ ‘no sciopero, bisogna! Si associa subito l’incitamento/comizio della Scimmia che spinge il leone, per recuperare la stima e l’indipendenza di una volta, ad accordarsi nella ribellione con la pantera, la iena, la tigre e l’orso, riscuotendo con la sua rabbia l’approvazione degli altri animali: Bene! brava! -strillavano- Ha ragione! Viva la libertà! Morte ar padrone! Il Leone dal canto suo sottolinea la necessaria “unità” della loro Classe, se vogliono fare sul serio e spuntarla contro ‘sto sfruttatore propoptente del Domatore, e invita chi dissente a uscire subito allo scoperto, e non a battaglia avviata (che se faccia escì er fiato… senza che poi ciriòli [scivoli via] come tanti). Queste prime 16 strofe piacciono sia per i flash che sbozzano una piccola Italia borghese svagata appresso a spettacoli da baracconi da fiera e caffè-concerto (affiorante dietro i giochi e le piroette imposti al leone, ridotto appunto come un artista da caffè-concerto, come un vecchio pajaccio da mestiere) e alle prese con le prime agitazioni sociali e le prime scalate d’”appariscenza” (gli strilli delle manifestazioni popolari messi a tacere dagli squilli di tromba delle cariche della polizia, o l’uzzolo di diventare cavajere), sia soprattutto per il sorriso sornione dell’autore che non si fa illusioni sulla tanto sbandierata e invocata “sovranità del popolo” (il leone “sovrano” è ingabbiato come er popolo sovrano/ che viceversa nun commanna mai) e sulla “natura” degli umani che, fedelmente “ricopiati”, nel loro agire e vaniloquio, da scimmia e pappagallo, fanno fare ai due animali loro imitatori (e dove finisce qui lo scherzo e comincia l’acredine nel “dire” di Trilussa?) una bruttissima figura. Nelle successive 21 strofe il “poeta” fa sì delle concessioni ai testi di Fedro (L.I, 15; L.IV,1) con il Ciuccio, che vuole avere la sicurezza, ribellandosi, di non cambiare solo padrone, e recrimina sui tamburi fatti con la sua pelle da morto; alla familiare platea romana con la Lupa “offesa”, perché accusata di ingordigia, anche se ha fatto da balia ar primo Re de Roma; a un sentire popolare “stizzito” e istintivamente corrucciato con il Cane, che si ribella perché si sente trattato come un cane. Ma prosegue la “verve” dell’ispirazione iniziale per la divertita vivezza e plasticità con cui sono rappresentati i tre animali Ciuccio, Lupa e Cane. Tuttavia i tratti più interessanti e efficaci nella denuncia e nella polemica, entro la resistente inflessione giocosa, emergono dalle “voci” dell’Orso, del Gatto, della Jena, del Maiale e del Serpente. L’Orso, umanitario e socialista, allude all’ingratitudine della nuova classe dirigente verso i patrioti che fecero l’Unità d’Italia (Puro quelli che fecero l’Italia/ mò campeno sonanno l‘orghenetto/ co’ le ferite e le medaje in petto!), e invita l’Aquila reale, che dalle altezze in cui vola vede sempre tutto uguale, a scendere fino “in basso” per sentire li lagni e scoprire le pene della povera gente, e conoscere a fondo tutte le birbonate de ‘sto monno. Gli altri quattro animali integrano il mosaico sociale, e marcano egoismo e ipocrisia degli umani. La Jena clericale evoca l’ideologia clericale reazionaria perché, indifferente al benessere sociale, antepone la Morte (e il commercio sui morti, e non poteva nel verso: io vivo solamente su li morti, Trilussa essere più feroce!) e la felicità dell’antro monno a questo mondo; il Maiale impersona l’affarismo borghese che entra dappertutto (e che co’ la scusante der prosciutto/permette [la borghesia] che me ficchi dappertutto) e il rischio/eventualità di una “uguaglianza” come appiattimento generalizzato sulla ricerca solo dell’utile personale: er cane vorrà vede tutti cani,/ er sorcio vorrà vede tutti sorci,/ e io, questo, s’intenne, tutti porci!, versi dove la lepidezza dell’ammicco e della battuta fa il paio con l’amarezza del disincanto. Quanto mai esplicite poi sono le parole del Gatto, che rivendicando la sua (egoistica e diffidente) indipendenza da ogni padrone proclama che l’Omo, o monarchico, o prete o socialista,/ è stato e sarà sempre egoista, e quelle del Serpente che, risalendo all’inganno facile del pomo perché l’uomo è sempre ambizioso e interessato, sentenzia che sin dai primordi, volendo scansare il sudore della fatica, l’individuo ha cercato per “magnare” chi “sudasse” al posto suo, donde l’inevitabile divisione sociale fra il proletario che suda assai [e] j’ammanca er necessario,/ mentre, invece, er padrone che lo sfrutta… mangia, fuma, s’intoppa (si ubriaca) e fa er signore. E mentre scoppiano gli “strilli” del Coccodrillo socialista che invoca: Morte a la borghesia capitalista!/ Evviva la repubblica sociale!, una marcetta insulsa raduna il pubblico per lo spettacolo, interrompendo la “tensione” del Comizio e la ribellione, che viene rimandata alla sera. Fra gli aderenti allo sciopero, in questa prima parte, c’e pure la Tigre che non accetta di essere paragonata nella crudeltà al “cuore” della donna, perché la donna ammazza er fijo pe’ sarvà l’onore, [mentre] io -dice la Tigre- nun assassino mica er sangue mio!
Nel commento alla vita e ai costumi contemporanei nel Serrajo rientra dunque anche il tema dell’onore (e del degrado morale della società di allora), che torna nei due versanti, maschile e femminile, nella sezione La ribbejone dove, rispetto alla prima (Er comizzio) e all’ultima (La fine de lo sciopero) si avverte però un calo e una “dispersione” dell’ispirazione su tematiche più “generiche”. Forse Trilussa non volle troppo appesantire la sua “favola” di insistite ragioni politico-sociali e preferì deviare per un po’ l’attenzione su una misoginia di maniera (che era però pure la “sua” misoginia, sebbene l’argomento “amore” in cuore gli sanguinasse), su “pettegolezzi” da cronaca giornalistica e “chiacchiere” disimpegnate. Perciò nella requisitoria della Scimmia (il cui ruolo inquirente e giudicante era già in Esopo e in Fedro) contro il Domatore e la Domatrice, rinchiusi l’uno nella gabbia del leone, l’altra in quella della Jena, troviamo sì battute pungenti e ridarelle a un tempo, tipo: l’Omo che si da il titolo di “Re degli animali” perchè è er più animale; nato forse da un abborto di scimmia; animale ragionevole [che] nun raggiona mai; un ciarlatano che per distinguere il bene dal male ha bisogno der Codice penale, e ancora, la sequenza sui quatrini che so’ come li dolori,/ chi ce l’ha se li tiè… donde l’immobile divisione schiavi/padroni, vittime/strozzini, e il dramma di non potere avere giustizia: senza sordi in saccoccia è un uomo morto/ co’ tutta la ragione ha sempre torto!.. Ma prevalgono le osservazioni viete sulla blasfemia umana (o cattolici o cristiani o protestanti o giudei); sul cibo preferito dagli umani (animali dalle carne tenere e crudeltà feroce verso le galline, con l’ammicco a una certa culinaria!); sul fare il maschio lo scemo co’ la Donna da quando entra ne l’età de la raggione e sul crudo/animalesco scopo sessuale “condito” con quarche porcheria sentimentale e co’ ‘na mucchia di parole belle che so’ sempre quelle, per finire l’autore nella più minuta casistica misogina circa l’amare inaffidabile della Donna, compreso lo scialbo episodio dello scimmiotto travestito, che con 200 lire attira verso il ristorante la cantante prima troppo schizzinosa, passando questa per interesse dal disprezzo (Fai schifo! Fai ribrezzo… Me pare de peccà contro natura con una bestia simile!) al complimento insincero (Nun so… ma ciai un profilo interessante…). I maneggi d’amore della femmina oltre che per interesse sono fatti -dice la Scimmia- per vizzio, per ripicca, per prudenza (E se lo dice a mi’ marito?/ Se facesse la spia?...), per ambizione, per riconoscenza, per curiosità, per un momento de cattivo umore, e in quest’ultimo caso la donna è un genere d’amante che s’appiccica/ specie nelle giornate che pioviccica, e la plateale teatralità di contenuto, gesto e tono del “dicitore” è salva, come nella sequenza successiva, quando è di scena il vero amore, anche se raro, della Donna con l’invasamento totale per l’uomo che je va a faciolo: lui sa, lui fa, lui dice, lui commanna…
L’ispirazione riprende però slancio etico e fantastico nella sezione La fine dello sciopero dove il Domatore vince sulle accuse della Scimmia giocando de furberia. Sfodera infatti un abile discorso social-progressista in cui mette di tutto: l‘affarismo,/ gli sfruttatori der capitalismo,/ co’ la conquista der proletariato e gli altri termini che allora erano nell’aria: benessere sociale, Fratellanza,/ Giustizia, Libertà, Fede, Uguajanza. E ancora, le formule accattivanti dell’epoca: popolo mio, Compagni!; er cammino inesorabile della civiltà/Libbertà; la promessa di un governo più bono, più civile, più moderno. Le due “esilaranti” infine trovate (“esilaranti “per il pessimista Trilussa, non per il Popolo sempre facilmente minchionabile da un bon vocabolario,/ un ber vocione e relativo gesto), le “trovate -dicevo- sia di una politica un po’ mista (cioè trasformista),/ uguale a la politica italiana,/ con una monarchia repubbricana/ clerico-moderata-socialista, sia delle ignezzioni ogni mattina di morfina (ieri, oggi, sempre?), per risolvere la questione del benessere della classe più povera. E i versi indugiano umoristicamente sull’elogio della morfina, che ntontonisce provisoriamente: chi la pija va in estasi e se sente/ come una cosa dorce ne le vene… II Cane, che non ha perso lucidità, protesta “strillando” (si noti che “strillare” è parola tematica di questa favola a marcare la sconfitta/disillusione) che è tutto un macchiavello, che proporre un benessere sociale a furia di ignezzioni de morfina/ significa provede a li bisogni/ co’ quello che si vede ne li sogni!, e che il domatore/padrone appoggia il socialismo perché sa i socialisti divisi in due “correnti”, fra transiggenti e intransiggenti, col rischio di buscarsi un reumatismo (e qui la battuta trionfa in sé e per sé, più per la “trovata”, che per la stroncatura delle illusioni) restando gli uni e gli altri buggerati tra uno sbadijo e ‘no stranuto. Ma il Domatore gli replica chiedendo di mandare da lui due rappresentanti de fiducia. E la vicenda si fa più drasticamente amara (e il timbro più sarcastico), perché lavorando sulle parole l’astuto argomentatore/padrone precisa che, se fanno differenze, nello scegliere i rappresentanti, fra un leone e un maiale, la loro è una uguaglianza disuguale, e suggerisce, per esse giusti (altro inganno!) di incaricare le du’ bestie più povere e affamate. Gli scioperanti scelgono il Porco e il Gatto, che subito assurti ad amici personali del domatore, si fanno comprare dai suoi “donativi” a vita (l’impiego in una fattoria dove ingrassare nella monnezza per il Porco, il mangiare ogni giorno una libbra de trippa e de pormone senza concludere un corno per il Gatto). Porco e Gatto convincono pertanto i compagni a rientrare uno ad uno nelle gabbie, agitando entusiasti l’ipocrita ritornello populista: Allegri, amichi! -strillano- Avemo vinto! - …er padrone s’è convinto/ che è necessario che la bestia magni! Avemo vinto! D’ora in poi avrete qualunque concessione chiederete… Ma doveva subito finire la cagnara dello sciopero!
Nelle umane società dunque vincono sempre, per Trilussa, sulla giustizia e la buona fede l’arte della simulazione e l’interesse. Già nel 1919 aveva opportunamente osservato il critico Ferdinando Martini che tutta l’opera di lui si direbbe lo sfogo o forse il lamento di un pessimista, e che le sue favole hanno l’acre sapore della satira. Er serrajo si chiude infatti con la perfetta (divertente?) scenetta “fumettistica” del Domatore soddisfatto che bacia er Porco e abbraccia er Gatto, scenetta che nel rivelarsi purtroppo sempre attuale evidenzia tutta l’ambigua (malinconica) gaiezza della Musa di Trilussa.




