L. Schimmenti,” Umanesimo e crisi moderna nel pensiero di G.A. Borgese”, (Ed. Thule/A.S.C.U.) – di Salvatore Vecchio

          È stato di recente pubblicato a Palermo, da Thule e A.S.C.U. (Accademia Siciliana Cultura Umanistica), il saggio di Luciano Schimmenti, Umanesimo e crisi moderna nel pensiero di G.A. Borgese. Un saggio, a dire la verità, che era auspicabile e ci voleva per un doppio motivo: primo, perché ricorda uno dei maggiori intellettuali (filosofo, scrittore, poeta, saggista, poliglotta) del Novecento siciliano e non solo; secondo, per essere stato un umanista attento ai cambiamenti socio-politici e alla valorizzazione dell’umano che è nell’uomo in un momento di cambiamenti socio-politici e di modernizzazione, tesi a mercificarlo e considerarlo cosa tra le cose.             Altro motivo è che questo siciliano, originario di Polizzi Generosa (Pa), dovrebbe essere maggiormente conosciuto e letto nelle sue opere che sono di un’estrema modernità, attuali e - volendo usare un termine a lui tanto caro - “edificanti”. Sì, perché avendo vissuto tra guerre e fascismo (era del 1882, morì nel 1952), coscienza critica fin dalla gioventù, già con i primi scritti e le opere successive cominciò a meditare e a progettare un cambiamento, in cui al centro ci fosse l’uomo e la sua umanità in un contesto di fratellanza capace di abbattere barriere e confini. Per questo Luciano Schimmenti fa opera meritoria, perché, oltre a mettere in chiaro l’uomo e le opere, dà risalto al pensiero di Borgese, banditore d’un cambiamento che proprio in quei tempi non era facile pensare.

            Da subito nel saggio emerge la figura del giovane studioso, bene inserito negli ambienti letterari, intellettuale attento alle novità e ai cambiamenti, come si nota nel dibattito su D’Annunzio. Idolatrato dai più, Borgese lo ritiene un superato. Per lui sono finiti i tempi della «morale eroica», era già ora di avvicinarsi all’uomo e stringere un patto di amicizia e di fraternità. Il Nostro, ancora diciassettenne, aveva le idee chiare, da ribadirle e portarle avanti alcuni anni dopo su “Ermes”, contrastando il dannunziano Marcello Taddei.

            Borgese sapeva il fatto suo, tanto più da laureato. Quando gli si propose, da parte di Benedetto Croce, la pubblicazione della tesi di laurea (siamo nel 1903), La critica di Francesco De Sanctis, il Nostro preferì aspettare per completarla con un altro capitolo sulla critica precedente al De Sanctis, capitolo poi molto apprezzato da Croce che pubblicò l’insieme, come avvenne, con il titolo La Storia della critica romantica in Italia (1905).

            Il pregio del libro di Schimmenti sta, oltre all’analisi che fa, nelle pezze d’appoggio costituite dagli scritti dello stesso Borgese, che chiariscono il discorso che va sviluppando. Sicché il suo è stato un lavoro di ricerca minuzioso che gli permise di fare un ritratto nei particolari. Il risultato che ne viene fuori è quello di un accanito umanista anima e corpo, strenuo difensore delle «piccole cose» e della tradizione. A proposito di Resurrezioni, uno scritto rivolto a Taddei, Schimmenti scrive:

 

            «Nella dedica - una lunga meditazione pasquale dal passo lento e luminoso - Borgese dischiude un vero manifesto di umanesimo mediterraneo. Il risveglio al suono delle campane, colto nel tepore felice del mattino, diventa immagine di un rapporto pacificato con il mondo: un “errare leggero” quasi un piccolo navigare tra foglie, fiori, brezze che sembrano cantare per la gloria del Risorto. Tutto è cantore, semplicità, misura: il contrario del furore eroico e dell'enfasi ferrea che domina molta letteratura contemporanea» (ivi, p. 31).

 

               Ne viene fuori un Borgese che già aveva - ripetiamo - le idee chiare. Le guerre, i contrasti interni che dividono e mortificano l’uomo, l’arroganza di potere, lo avevano allontanato per sempre da quella realtà di chiusura verso l’Altro e lo spingevano a progettare una riedificazione morale e sociale, dove l’Io e l’Altro potessero realmente realizzarsi. Schimmenti fa riferimento alle opere, in cui il Polizzano comincia a mettere meglio in evidenza le sue idee, e ricorda L’Arciduca e La tragedia di Mayerling, dove sono evidenziate le storture del tempo, gli intrighi politici e di potere.

 

          «Il dramma è attraversato anche da una forte tensione religiosa: la paura della follia, il desiderio di giudizio, la ricerca di un Dio che restituisca senso e responsabilità all'uomo nel dialogo. Nel dialogo finale tra Rodolfo e Maria, l'amore diventa l'unica possibile redenzione, capace di sciogliere imperi, colpe ereditarie e illusione di grandezza» (ivi, p. 41).

 

               Quella di Borgese è una critica a vasto raggio, dove è inclusa anche la Chiesa, molto lontana dal cristianesimo delle origini, ricco nella povertà e vicino alla gente e ai fedeli. Nel saggio l’autore mette in evidenza il rifiuto che egli fa del nichilismo e la carenza che anche nella letteratura riscontrava, tesa, com’era, a chiudersi in sé stessa, dato che gli scrittori curavano i loro interessi senza chiedersi altro. Per questo si sofferma su alcuni letterati e filosofi (Petrarca, Machiavelli, Kant) che, pur riprendendo il messaggio dantesco, ciascuno a suo modo, se ne erano allontanati. Emerge ancora che il Nostro coglie in Dante un insegnamento da seguire e, per questo, porta avanti un discorso coerente, anche se utopico, non facile da attuare per la chiusura opposta dalla modernità e dagli interessi di pochi. A Pietro Mignosi, di cui apprezza l’impegno e la vicinanza al suo pensiero, critica la limitatezza, la chiusura entro i confini regionali, a differenza di chi, come lui, fa un discorso di apertura non soltanto nazionale.

            La figura, l’opera e il pensiero di Borgese da Umanesimo e crisi moderna di Schimmenti emergono nella loro luce più vera e danno una chiara idea dell’intellettuale e dell’uomo che studia e riprende la realtà letteraria del momento. Il suo umanesimo consiste nel recupero delle piccole cose che esaltano e danno un senso alla vita, all’uomo che, nonostante l’avanzare del moderno, non deve tagliare i ponti con il passato, semmai migliorarlo, per dare vita ad un mondo più umano, senza guerre, con la collaborazione tutti. Certo, questo di Borgese non è un voler restaurare l’età dell’oro dell’uomo delle origini, ma un’umanità che gli è propria, nel rispetto della tradizione, dove i saperi devono avvicinare ed unire; un mondo, insomma, dove è messa al bando la sete di grandezza e di potenza e vi sia predominante la  solidarietà e il rispetto del prossimo e della natura. 

            Borgese tende a dare vita ad un umanesimo che, nascendo da una distruzione materiale e spirituale insieme, propria del dopoguerra e della caduta del fascismo, vuole “edificare” l’uomo nuovo, e ad esso si dà anima e corpo per realizzarlo. I passaggi chiave sono nella parte finale del saggio, dove Schimmenti esamina diari, scritti e contatti vari tesi alla realizzazione del progetto, iniziato in America e coadiuvato dall’incontro con Thomas Mann e altri esuli italiani e stranieri, con l’obiettivo della Foundation of the World Republic. Un sogno su cui Borgese lavorò fino agli ultimi suoi giorni e ripreso in negativo dal cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale” che vorrebbe schiavizzare, non umanizzare l’uomo.

            Schimmenti toglie dal dimenticatoio un grande siciliano e ne evidenzia la caratura intellettuale ed umana, facendo emergere attraverso i suoi scritti un pensiero condivisibile, specie in questo momento di grande crisi sociale e morale. L’auspicio è che il saggio venga diffuso e letto per onorarne la memoria, per farlo conoscere come pensatore, scrittore e poeta, per prendere esempio da tanto suo insegnamento e sia da faro in questo periodo buio che stiamo attraversando.

            In chiusura è ricordato il romanzo I vivi e i morti (1923) che Borgese riteneva attuale per il tempo critico che stava vivendo. Impersonato dal protagonista Elio, nella contraddizione preferisce scartare il negativo che era in lui e aprirsi alla vita. A p. 357 leggiamo: «- Io sono tornato dalla morte, e voglio vivere il tempo che mi resta con pensieri di pietà e di bellezza», e più in là: «- Tutto è santo - conclude. - La vita. La risurrezione. Il sonno. La grande oscurità». Una risoluzione meno critica e altrettanto meno mistica di Elio, che si apre, però, al senso etico ed estetico della vita. Ad imporsi è l’utopista, la progettazione di un mondo migliore, anche se si è scettici nella realizzazione. Ciò che conta è non chiudersi in sé, sperare in un ripensamento radicale che faccia ravvedere e ritornare nell’alveo del bene per sé e gli altri. L’utopia è stata ed è un proiettarsi verso un’umanità più giusta e fraterna; ed è quella a cui si sono dati tanti nel tempo, così Borgese che fin da giovane spese la sua vita per un umanesimo senza chiusure, aperto e integrale.

Pin It

Potrebbero interessarti

Articoli più letti

Questo sito utilizza Cookies necesari per il corretto funzionamento. Continuando la navigazione viene consentito il loro utilizzo.