“La poesia di Giorgio Caproni: perché recuperarla” di Giuseppe La Russa

La sua è una delle voci decisive del Novecento letterario italiano, una penna che ha attraversato la nostra poesia per circa sessant’anni. Attraverso la sua icastica “leggerezza” i versi di Giorgio Caproni offrono un panorama ampio, luminoso e oltremodo corrente sulla realtà e la vita: la sua è una poesia da prendere, ri-leggere in termini davvero attuali, per la sua capacità di guardare al vero, all’essenziale, caratteristiche da opporre ad un momento socio-culturale in cui probabilmente si perde di vista ciò che è sostanziale e necessario. Recuperare l’attimo, oggi, e renderlo parte integrante di un flusso più ampio è ciò che il quotidiano ci mette davanti, saper trovare il nuovo nello stesso, come dice Massimo Recalcati, è forse la sfida della modernità. Ecco perché recuperare i versi del poeta livornese, ma genovese d’adozione, risulta una operazione volta al nostro presente di uomini. Scrive il linguista Pier Vincenzo Mengaldo su Caproni: «se si esclude Saba, forse nessun altro poeta del Novecento ha saputo rappresentare con altrettanta immedesimazione e felicità di Caproni ambienti popolari, paesaggi urbani colti nelle loro ore topiche e quasi nei loro odori e sapori». Questo occorre far proprio di Caproni, la facoltà di sostare, di attendere, di dire di un istante mai fine a se stesso, ma momento topico di una giornata, di un’esperienza, della vita intera stessa.

La critica è solita, riguardo la poesia dello scorso secolo, dividere una tendenza “novecentista” e una “antinovecentista”, laddove la prima è quella in cui i nessi con la realtà oggettiva vengono spesso elusi o nascosti, mentre nella seconda quegli stessi legami diventano il cuore della ricerca poetica stessa. Caproni, così come Saba, va ascritto a questa seconda tendenza e ciò avviene proprio, come si diceva, come sviluppo di una idea che il poeta stesso matura e che dà vita proprio a ciò che scrivevamo poco sopra, ossia ad una poesia viva, dinamica, fatta di infiniti particolari capaci di sciogliersi in un quadro necessariamente più grande; pensiamo ai famosi versi in cui il poeta celebra la madre e, forse, al contempo la maternità stessa: «Come scendeva fina/e giovane le scale Annina!Mordendosi la catenina/d’oro, usciva via/lasciando nel buio una scia/di cipria, che non finiva.//L’ora era di mattina/presto, ancora albina./Ma come s’illuminava/la strada dove lei passava!//». I versi, tratti dalla poesia L’uscita mattutina, della raccolta Il seme del piangere del 1965, sono un fulgido esempio della vocazione poetica di Giorgio Caproni, una tendenza alla narratività e alla musicalità che attinge spesso all’uso di rime “facili” ma non scontate, capaci, quest’ultime, di innestare continui corti circuiti del pensiero, continui richiami e innesti di significati; sempre Mengaldo scrive come questi accordi fonici siano in grado di creare questo gioco di immagini e significati quasi per «gemmazione spontanea». Il quid profondo non è nascosto, le metafore sono piane e scoperte, ma tutto ciò non diviene sinonimo di povertà, ma di accordo totale tra significante e significato; d’altra parte, in una sua raccolta di saggi, La scatola nera, Giorgio Caproni aveva affermato come nella poesia non sia necessario capire, ma sentire: questo continuo fieri delle sensazioni, questa continua nascita e rinascita del sentimento, Caproni la ottiene proprio in virtù di questa sua apparente semplicità, di questo suo continuo incanto. Anche una delle allegorie più evidenti nei suoi versi, quella del viaggio – si veda ad esempio la raccolta Congedo del viaggiatore cerimonioso – è come scrive Giovanni Raboni, violenta e scoperta, «ma proprio per questa resistentissima ad ogni tentativo di trascrizione; cristallina, impenetrabile. Ciò che conta, infatti, non è il senso, che già si conosce, ma la sottile concretezza della nuova formulazione narrativa e figurativa che, di volta in volta, il poeta ha saputo escogitare».

Così nella poesia di Caproni potremo vedere l’anima dello scrittore andare in bicicletta alla ricerca della madre Annina tra le vie di Livorno, la parola ‘passo’, segno del fragile passaggio umano sulla terra, accostata all’immobilità durevole del sasso, in una mistione subito evidente di concreto e astratto; possiamo imbatterci nella donna amata “nei vapori d’un bar all’alba”, in una Litania per una Genova grigia e celeste fatta di mattoni, ghiaia, scogliere, macerie, straducole.

Su questo mondo vario e variopinto si avverte però sempre il peso dell’inquietudine, delle sofferenze sia personali che collettive, come soprattutto il fardello della guerra e dunque della bellezza precaria e transeunte. Così viene fuori l’immagine di un uomo che appare sempre in transito e che tenta circolarmente un ritorno al passato e al punto di partenza, che tenta, come si diceva, di immortalare ed eternizzare l’attimo dilatandone il significato o i significati. La «disperazione calma, senza sgomento» cui il poeta giunge è l’approdo stoico e spesso ironico nei confronti di una realtà fatta spesso di rovina e che va verso la consunzione (pensiamo ai versi di Res amissa). E oggi sempre impossibile non richiamarsi allo stesso sfondo storico-culturale, per cui diviene fondante saper allargare lo sguardo su ciò che rappresenta la nostra essenza, a patto di recuperarla in un passato dove anche un istante che si scioglie nel tutto può assurgere alla dimensione di mito fondante e cosmogonico, carico di bellezza da opporre a tutto ciò che suona come bruttura e precarietà.

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