La tragedia e la memoria di Marcinelle. In una storia familiare di emigrazione e sacrifici – di Mario Bozzi Sentieri
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- Category: Scritture
- Creato: 20 Agosto 2026
- Scritto da Redazione Culturelite
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La tragedia mineraria di Marcinelle (8 agosto 1956) della quale quest’anno è caduto il settantesimo anniversario, appartiene alla nostra memoria collettiva: espressione concreta dell’emigrazione italiana nel dopoguerra, simbolo di un sacrificio collettivo, inciso in migliaia di altre storie di morte sul lavoro e di sfruttamento.
Dietro quella Storia, fatta di 262 minatori morti nel disastro del Bois du Cazier, tra cui 136 italiani, divenuta il simbolo del sacrificio dell’emigrazione italiana del dopoguerra, ci sono le vicende personali di uomini e di donne che danno una dimensione immediata, familiare si può ben dire, a quei drammatici eventi, intrecciandosi con i trattati (per il Belgio quello che prevedeva l’invio di 50.000 lavoratori italiani in cambio di carbone), le “ragioni” economiche di certe scelte, il prezzo collettivo pagato dalla manodopera italiana all’estero, i corpi dei lavoratori italiani divenuti una moneta di scambio.
Dalle vicende personali e familiari, "riscoperte" da Mirella Crudo e fissate in Il profumo delle pere selvatiche - Romanzo di memoria e di terre lontane (Amazon 2025, pp 173, Euro 16,00) emerge ora un vissuto collettivo, che ci riconsegna le esperienze, i drammi, i sacrifici di un’Italia spesso dimenticata e sottovalutata, che appartiene alla nostra memoria nazionale e che perciò va conosciuta e salvaguardata. A partire certamente dalle figure esemplari di quelle decine di migliaia di italiani che, a metà degli Anni Quaranta del ‘900, lasciarono i loro paesi d’origine, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia, per emigrare – come nel caso della famiglia dell’autrice - nel Belgio minerario.
A loro Mirella Crudo dedica il suo viaggio della memoria, con alcune essenziali parole, poste ad esergo del suo libro: "A mio padre e a tutti i minatori, sul cui sacrificio è stato in gran parte dimenticato. A loro, che hanno scavato nella terra per dare luce e futuro alle generazioni successive". In queste essenziali parole c’è il senso più immediato de Il profumo delle pere selvatiche e l’intreccio, caldo ed appassionato di una storia, che da familiare si fa Storia ampia e condivisa dell’Italia e di un paese sprofondato nel Salento, uguale a tanti altri.
Un paese – fa notare Mirella Crudo – segnato dalla povertà, da un’economia elementare, divisa tra le cave di tufo e l’agricoltura, ma ricco di un’intensa vita sociale, scandita dai riti religiosi e civili, dai rapporti di vicinato e di parentela, da un senso di appartenenza che "dava sostanza a tutta la comunità".
L’intensità di queste relazioni assume un valore tutto particolare allorquando, con la partenza verso il Belgio, si rompe l’equilibrio di un’esistenza scandita dalla forza silenziosa delle radici per approdare in un mondo così diverso da quello che si era lasciato alle spalle: un atto coraggioso, laddove tutto appariva nuovo ed inusuale, dal cibo alla lingua, dal lavoro in miniera alla Scuola, con la consapevolezza però di vedere riconosciuto il proprio lavoro, la dignità di un salario certo, di una casa e di un futuro con una pensione.
Ad emergere ne Il profumo delle pere selvatiche un senso dell’appartenenza familiare, tra luci ed ombre, che va oltre tutte le tensioni, il ritorno in Italia (a causa della silicosi contratta dal padre in miniera) e la "scoperta", per una bambina nata e cresciuta in Belgio, di un’altra vita, di relazioni personali e familiari da "ricostruire". E forse, proprio per questo, da assumere con una nuova, più forte consapevolezza, perfino a partire dai cibi, dei quali Mirella Crudo offre efficaci pennellate di colori e sapori: il profumo del pane, che "riempiva l’aria di fatica, pazienza e riti antichi"; la merenda preparata dalla nonna, con il pane condito da pomodoro ed olio; le minestre contadine della zia, con verdure e profumi dell’orto; i frutti della natura, i fichidindia, l’origano fresco, il basilico, il finocchietto selvatico.
E poi il colore abbacinante di un Salento in grado di spaziare tra i due mari, lo Ionio e l’Adriatico, le case bianche dipinte a calce, le feste patronali, i canti, accompagnati da un’armonica e da un tamburello, i primi amori.
Al fondo un misto di senso d’appartenenza e di nostalgia, che però non dimentica i più vasti, diversi, orizzonti segnati dal lavoro italiano, dalla memoria per i minatori morti nella miniera di Marcinelle e non solo, il coraggio di quegli uomini, la loro grande dignità.
Al punto da fare scrivere, nelle ultime pagine del suo libro, all’autrice, oggi residente a Milano, con alle spalle una vita da docente di lettere, di non riconoscersi in una "radice unica e solida", invitando a scegliere il luogo dell’appartenenza, portando con sé, nel cuore, i diversi mondi che hanno segnato la propria vita. In una dichiarazione d’amore ai luoghi dell’infanzia, alla famiglia e a tutte le persone che portano dentro di sé un Sud e un Nord da riconciliare, con uno sguardo particolare a coloro che hanno scavato nella terra per dare luce e futuro alle generazioni successive.




