Lella Costa e la necessità di una “resistenza” al femminile – di Maria Nivea Zagarella

La convinzione condivisa che le donne hanno fatto la storia dell’umanità in tutti i campi ma sono rimaste spesso invisibili è alla base della lunga collaborazione e amicizia fra l’attrice Lella Costa e la scrittrice e conduttrice televisiva Serena Dandini, dai primi interventi della Costa alla Tv delle ragazze nel 1988 alla recita dei monologhi di Ferite a morte allo spettacolo teatrale Se non posso ballare non è la mia rivoluzione andato in scena la prima volta nel 2020 come “arricchimento” e ampliamento del libro della Dandini Il catalogo delle donne valorose (2018). Dalle 34 storie di donne del libro della Dandini si è passati sul palcoscenico al flusso continuo di 102 donne, brevemente incarnate nella loro singolarità e specificità dalla poliedrica bravura della Costa in un perfetta sintesi di parole, gesti, musica e luci. Portato in tournèe in Italia dopo la fine del lockdown e riproposto pure a marzo 2025, lo spettacolo rivive nelle 140 pagine di un volumetto, edito anch’esso nel 2025, dal titolo appunto Lella Costa racconta Se non posso ballare non è la mia rivoluzione, pagine che nulla perdono del mordente originario della realizzazione scenica. Anzi la esaltano maggiormente, perché all’elenco/rievocazione dei 102 talenti femminili Lella premette e intercala osservazioni che illuminano innanzitutto momenti della “sua” coraggiosa formazione e personale affermazione sul modello rivisitato della famosa comica Franca Valeri. Sono stata una delle prime -dice- ad avventurarmi nello stand-up quando non era di moda come oggi e in Italia ancora si frequentava poco anche da parte maschile. Descrive inoltre Lella il lavoro di squadra in piena condivisione di intenti e scelte con la regista Serena Sinigaglia e con altri collaboratori e collaboratrici (Gabriele Scotti, Silvia Zoccolan, Roberto Canavesi, Maria Spazzi), discute del rapporto con il pubblico, e formula giudizi e opinioni che danno un solido taglio polemico di “resistenza” al femminile non solo alle parti narrative del libro, ma anche ai capitoli riflessivi (“Donne che dicono <<io>>”; “Scienza, femminile plurale”; “Donne che cambiano il mondo”) e alla Conclusione, in cui chiarisce il suo concetto di “resistenza”. Resistenza come presa di parola pubblica della donna contro tentazioni di sconforto avvilimento resa, per salvare nell’attuale società e mondo globalizzato un minimo -sottolinea l’attrice/scrittrice- di etica e di umanità senza le quali come specie ci meriteremmo l’estinzione, senza appello. Il che più concretamente equivale a lottare con determinazione per ciò che dovrebbe essere ovvio, naturale, necessario e invece ancora non lo è: l’uguaglianza tra uomini e donne, il diritto di avere diritti, il rifiuto della guerra.

Un legame profondo corre fra la frase del titolo: se non posso ballare non è la mia rivoluzione, frase pronunciata dall’anarchica e femminista Emma Goldman (1869-1940) che difendeva a un tempo diritti (degli operai, delle donne), uguaglianza e gioia di vivere, non negoziabili con nessuna ideologia, e le quattro donne che chiudono la rassegna: Lucia Apicella, Teresa Sarti, Marguerite Yourcenar, Elsa Morante. La loro pietas aconfessionale e a-ideologica è un inno alla vita e all’ “umano”. “Mamma Lucia” per anni cercò nel territorio di Cava de’ Tirreni i resti dispersi di soldati della II guerra mondiale per tornarli alle famiglie: tanti, troppi guaglioni -diceva- tedeschi americani italiani…[li] restituisco alle madri loro perché i morti so’ morti, i figli so’ figli e la guerra fa schifo. Teresa Sarti, presidente di Emergency dal 1994 al 2009, anno della sua morte, richiamava alla responsabilità individuale nel cambiare il mondo: se ciascuno di noi facesse il suo pezzettino ci troveremmo in un mondo più bello senza accorgercene; invito questo di Teresa Sarti nato dall’incontro diretto, in un ospedale di Emergency in Afghanistan, con dei soldati che le avevano chiesto consigli su come poter lavorare per la pace. Marguerite Yourcenar nel romanzo Mémoires d’Hadrien (1951) fa dire all’imperatore Adriano: Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo… volevo che l’immensa maestà della pace si estendesse a tutti… che il viaggiatore più umile potesse errare da un paese, da un continente all’altro senza pericoli, sicuro di trovare ovunque un minimo di cultura e di legalità… ideale a cui ci si avvicinerebbe se gli uomini -precisa la Yourcenar- vi applicassero una parte di quell’energia che vanno dissipando in opere stupide e feroci. Elsa Morante ne Il mondo salvato dai ragazzini (1968) opponeva la felicità teterrima degli Infelici Molti, con le loro milizie sevizie immondizie imprese spese carriere polveriere bandiere finanze glorie vittorie… sana ideologia… brava polizia alla infelicità allegra dei Felici Pochi, spiriti liberi estranei al vizio del potere e pungolo provocatorio per gli Infelici Molti (questa terra -dicono i Felici Pochi agli Infelici Molti- non è mica roba vostra… la vostra guerra non è la nostra).

Nel libro si succedono cantanti, attrici, pittrici, letterate, scienziate e inventrici, filosofe, giornaliste, politiche e rivoluzionarie, atlete, danzatrici innovatrici (Martha Graham, Pina Baush), fumettiste (le sorelle Angela e Luciana Giussani creatrici di Diabolik); la stilista Coco Chanel, la cui frase <<La moda passa, lo stile resta> va eticamente ben oltre la mania dell’effimero trend; donne architetto economiste magistrato; la chef Eugenie Brazier orfana, analfabeta, sorvegliante di bestiame, ragazza madre eppure -sottolinea Lella- la prima persona al mondo ad ottenere nel 1933 per i suoi due ristoranti a Lione 6 stelle Michelin; i due “dottori della Chiesa” Teresa D’Avila e HiIdegard di Bingen che nel 1100 fu madre benedettina, compositrice, musicista, scrittrice, drammaturga, poetessa, filosofa, cosmologa, naturalista e consigliere politico di re e imperatori. Un fiume -come si vede- di eccellenze femminili diverse che, anche in condizioni difficili, hanno realizzato sé stesse (Mae West, Josephine BacKer, Marie Curie, Ada Lovelace inventrice dell’algoritmo, la matematica iraniana Maryam Mirzakhani, che è stata prima e unica donna finora insignita della medaglia Fields, la violoncellista Iacqueline du Pré…) e/o hanno agito a beneficio della collettività, assurgendo a simbolo della loro gente e di una giustizia e libertà da rivendicare per tutti (Rosa Parks, Miriam Makeka detta Mama Africa, Wilma Rudolph, Mercedes Sosa, Irena Sendler che salvò 2500 bambini ebrei, le giornaliste assassinate Ilaria Alpi, Anna Politkovskaja, Daphne Caruana Galizia…). E il tutto in un dialogo ideale fra secoli, come fra Eleonora D’Arborea (sec XIV) e Eleanor Roosevelt quanto al principio della “uguaglianza” di tutti gli esseri umani davanti alla Legge. La prima Eleonora, in una Sardegna senza regole  dove vigevano la lotta tra bande e l’homo homini lupus promulgò la Carta de logu (legiferando su De delinquentes, De logare cavallu, De debitu pagandu, De sos pastores…), così egregia da rimanere in vigore fino al 1827; l’altra ha presieduto la  Commissione che, dopo la carneficina della II guerra mondiale, i campi di sterminio e la grande fame, strutturò e approvò poi il 10 dicembre 1948 la Dichiarazione universale dei diritti umani, il cui art.1 recita: Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. E Lella commenta: Dietro ogni grande carta, c’e una grande donna! Immensa conquista storica la Dichiarazione universale, anche perché nel Preambolo individua lo stretto legame fra il rispetto dei diritti umani e la “pace”. Vi leggiamo infatti: Il riconoscimento degli uguali diritti degli esseri umani… costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo. Ma a quasi 80 anni dalla sua firma nessuno Stato ha purtroppo ancora pienamente realizzato quelle indicazioni, e oggi i conflitti più recenti e in corso vedono pericolosamente vacillare il Diritto internazionale, o più tragicamente il Diritto, e affermarsi al contrario il sopruso del più forte, l’aggressione spregiudicata e la guerra in una generalizzata schizofrenia autodistruttiva.

Con fierezza tutta femminile e intima soddisfazione pertanto Lella Costa recupera e insiste  su frasi “illuminanti” e “illuminate” delle sue 102 donne, rievocando frammenti significativi delle loro vite: ogni pezzo, ogni parola -scrive- me le sono scelti… tutti i contenuti sono parole sotto cui potrei mettere la firma… lo hanno detto loro, io l’ho imparato e lo condivido, lo amplifico, lo trasformo in storie. Storie non solo delle figure più note ormai nei loro ambiti specifici (letteratura, pittura, scienza, cinema e spettacolo, impegno politico-civile…) al pubblico più attento, figure quali: Saffo, Agatha Christie, George Sand, Virginia Woolf, Simone Weil, Karen Blixen, scrittrice immensa per Hemingway per il quale avrebbe Karen meritato il premio Nobel più di lui; o le pittrici Artemisia Gentileschi e la messicana Frida Kalo; e ancora, le scienziate Ipazia, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack, la cui frase <<Nella vita non c’è nulla da temere, solo da capire>> esalta l’umana inesauribile voglia di conoscenza e di essere; o Eleonora Duse, Anna Magnani, Marilyn Monroe, Judy Garland, Maria Callas infelici e/o sole pur negli splendori della gloria e del successo mondano; e fra le “politiche” la ghigliottinata femminista Olimpia De Gouges (1748-1793), l’attivista “carbonara” principessa Cristina Trivulzio di Belgioioso non invitata nel 1861 dal re Vittorio Emanuele alla festa di corte della realizzata Unità d’Italia, e dimenticata oggi dalla maggior parte degli italiani e delle italiane; e ancora, la socialista Anna Kuliscioff (1857-1925) arrestata ai suoi tempi per reati di opinione e sovversione, la partigiana Irma Bandiera, il ministro infine Tina Anselmi ex partigiana e firmataria nel 1978 della legge istitutiva del nostro Servizio Sanitario Nazionale. E vale la pena soffermarsi, dati alcuni aspetti dell’attuale situazione nazionale e internazionale, sulla passione della Anselmi per la democrazia che è -diceva il Ministro nella citazione riportata da Lella- un bene delicato, fragile, deperibile. La democrazia -spiegava Tina- non è solo libere elezioni, non è solo progresso economico. E’ giustizia, è rispetto della dignità umana, dei diritti delle donne. E’ tranquillità per i vecchi e speranza per i figli. E’ pace (sic!). E’ quanto al Servizio Sanitario nazionale da lei voluto, non dimentichiamo che nel 2020 nella sua autobiografia Gino Strada annotava, richiamando l’art. 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani (Ogni individuo ha il diritto… alle cure mediche), che ci sarebbe da ringraziare tutti i giorni Tina Anselmi… e continuare a investire [in tale servizio] per migliorarlo, e invece… -continuava  Strada- si è costruito un sistema sciagurato che ha trasformato la cura da diritto umano fondamentale a fornitura di un servizioun modus operandi che promuove il “business della malattia” e ingrassa l’industria della salute. 

Lella Costa “si è incantata” anche a scoprire eccellenze a lei del tutto sconosciute, o poco conosciute dai più, donde l’impegno entusiasta per divulgarle, per suscitare in spettatori/spettatrici e lettori/lettrici il desiderio di scoprirne ancora delle altre, tutte donne -rimarca- che hanno lasciato un segno e possono e devono servire di conforto e di incoraggiamento alle giovani di oggi e di domani, perché cambino definitivamente lo sguardo su di sé, perché imparino a pensarsi da sé e non attraverso lo sguardo maschile, uscendo da tutti gli stereotipi. L’Amore (passionale, sentimentale, volubile…) per le donne protagoniste del suo libro/spettacolo -osserva opportunamente Lella- non è stato l’unica luce della loro vita. Molte donne hanno avuto sì i loro amori, piccoli o grandi, trasgressivi o no (Chavela Vargas, Gertrude Stein), hanno amato qualcuno o qualcuna, qualcuno e qualcuna, ma hanno anche vissuto passioni più totalizzanti, altri ideali, che le hanno proiettate in dimensioni altrettanto gratificanti, se non di più, e ricorda una affermazione disincantata e amara di Anna Magnani: <<I grandi amori non esistono: sono fantasie da bugiardi. Esistono solo piccoli amori, che durano un periodo di tempo più o meno breve>>. Pertanto, scorrendo il libro, si va alla “scoperta” o “riscoperta” di una atleta come Alfonsina Strada (1891-1959), ciclista per passione e poi per necessità economica (per fronteggiare la malattia del marito), una Alfonsina presente al Giro d’Italia del 1924 e fra i soli 29 concorrenti giunti al traguardo rispetto ai 90 partiti. “Scoperta” di donne innamorate della Bellezza, colta e fissata ad esempio nell’Arte visiva, come per Peggy Guggenheim (1898-1979) ricca collezionista a Venezia di opere d’arte moderna (Braque, Duchamp, Dalì, Mondrian…); o espressa nell’estetica dei Giardini, come per Gertrude Jekyll (1843-1932) che ne realizzò durante la sua vita più di 400: il giardino era la sua tela, i fiori i suoi colori -sottolinea Lella; oppure la Bellezza del mondo, osservata e cercata nei Viaggi, come fece Isabella Bird (1831-1904) che si mantenne pubblicando libri e foto dei suoi viaggi per il mondo e fu la prima donna a essere ammessa alla Royal Geographical Society; o individuata nei Fossili marini, come per Mary Anning (1799-1847), che scoprì il primo scheletro di Plesiosauro e il primo di Ittiosauro, accompagnata nelle sue ricerche dal fedele cane Trey, ma -precisa Lella- essendo di umili origini e donna e senza istruzione non poteva fare parte ai suoi tempi di nessuna istituzione scientifica. E non mancano le inventrici, come Mary Anderson (1866-1953) allevatrice di bestiame e coltivatrice di viti, cui si deve il tergicristallo che quando piove non andiamo a sbattere -scherza sapidamente Lella; o Tabitha Babbitt (1779-1853) che inventò la sega circolare nella sua comunità di boscaioli, e Lillian Moller Gilbreth (1878-1972), ingegnera, dirigente di azienda, madre di 12 figli, che ci ha dato la comodissima pattumiera a pedale. E ancora, la doverosa “riscoperta” delle prime donne ostinate a laurearsi contro ogni pregiudizio maschile e clericale: Lucrezia Corner (1646-1684) laureatasi nel ‘600 in filosofia (ma le fu negata quella in teologia) e Laura Bassi (1711-1778) prima donna a ottenere nel ‘700 la cattedra universitaria di fisica sperimentale; o di figure femminili rimaste nell’ombra di mariti famosi, come la bravissima matematica e fisica serba Mileva Maric (1875-1948), moglie di Einstein, alla quale Einstein separatosi girerà l’intero assegno del premio Nobel forse -maligna Lella- perché aveva la coda di paglia.

E passando alle professioni e ai riconoscimenti più duri da scalare per le donne, la Costa segnala nella magistratura, Ruth Bader Ginsburg (1933-2020) una delle prime sei donne ammesse, e solo a partire dal 1981, fra i nove membri tradizionalmente sempre maschi della Corte Suprema degli Stati Uniti fin dalla sua creazione nel 1789; nell’architettura, l’irachena-britannica Zaha Hadid (1950-2016) che ha sconfitto il pregiudizio della donna solo architetta di interni, avendo invece Zaha progettato musei grattacieli aeroporti; e nelle scienze economiche, Elinor Ostrom (1933-2012) prima donna a vincere nel 2009 il Premio Nobel per l’economia, avendo dimostrato che le risorse comuni -foreste, attività di pesca, giacimenti petroliferi o pascoli- possono essere gestiti con successo dalle persone che le usano piuttosto che da governi o società. E Lella ironizza polemicamente sulla definizione della Ostrom “Nobel dimenticato”, chiedendosi: “dimenticata” perché le sue teorie vanno contro multinazionali e governi centrali? perché è una donna? Polemica naturale, e inevitabile dato che per Lella Costa è importante (e dovrebbe esserlo per tutte le donne) -come si diceva al’inizio- la coraggiosa presa di parola pubblica delle Donne per creare una svolta/ribaltamento sostanziale (e senza acquiescenze timide o pseudo-ideologiche) di inveterati (e assurdamente tollerati) comportamenti maschili. Nella Conclusione insiste  Lella sulla guerra: Conoscete qualcuno che la voglia la guerra?... eppure continuiamo a costruire armi… [e] oggi… assistiamo -scrive- a guerre sempre più sporche… gli eserciti… combattono non contro altri eserciti ma contro le popolazioni, i civili, gli inermi  (alias -come sappiamo e vediamo- le vittime innocenti dei cosiddetti “interventi chirurgici”, dei droni mirati.., per non parlare -aggiungiamo anche- delle latenti, folli e bieche, strategie nucleari a corto raggio, e non solo a lunga gittata, senza scampo le une e le altre per nessuno!). E recupera ad hoc l’attrice-scrittrice le parole sprezzanti rivolte dall’Ecuba di Euripide (480 a. C.- 406° a. C), moglie di Priamo e madre fra gli altri di Ettore, Paride, Cassandra, ai bellicosi Achei distruttori di Troia, ma applicabili ai tanti autocrati odierni e ai loro entourage di costruttori e smerciatori in crescendo di armi: Voi, Achei, il cui vanto sono più le armi che il cervello

E per finire, pur non avendo esaurito tutto l’elenco dei talenti femminili citati nel libro, e tornando alla schiera delle poetesse, sembra adeguato, e coerente con lo spirito del volumetto, soffermarci per il loro messaggio sulle americane Emma Lazarus (1849 -1887) e Grace Paley (1922-2007). In questo nostro mondo, quotidianamente percorso in lungo e in largo a Oriente e a Occidente da folti flussi di migranti in fuga da fame, guerre, degrado ambientale, e più spesso respinti che accolti, suonano di particolare attualità i versi di Emma incisi sul piedistallo della nota Statua della Libertà di New York, definita dalla poetessa Madre degli esuli (simbolo di una America molto diversa purtroppo da quella di oggi!). Sulle sue labbra Emma immagina infatti espressioni cariche di umanità: Dateli a me i vostri derelitti -dice la Libertà-, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite. Mandateli a me e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata. Una fiaccola di speranza che ben si raccorda nelle pagine finali del libro con il monito/augurio di resistenza al femminile che lancia proprio ad apertura di spettacolo e di libro l’altra americana, Grace Paley, attivista femminista, antimilitarista e antirazzista, ammonendo universalmente sul ruolo della poesia: E’ responsabilità del poeta essere donna, tenere d’occhio il mondo e gridare come Cassandra, ma per essere ascoltata, questa volta. “Tenere d’occhio il mondo” appunto, perché non deluda e spenga lo sguardo fidente, puro, innocente di tutti quei piccoli e giovanissimi simboleggiati tuttora da Anna Frank (morta nel campo di concentramento di Bergen-Belsen nel 1945), della quale Lella riprende la frase annotata, entro il vortice della barbarie nazista, all’età di appena tredici anni nel 1942: Io non penso a tutte le miserie, ma a tutta la bellezza che ancora rimane. E noi, generazioni del XXI° secolo, ci sentiamo ancora degni della Bellezza del mondo?     

 

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