Marco Iacona ha scelto di autopubblicare un saggio dal titolo “A destra niente di nuovo. Quasi un diario di bordo” (YouCanPrint 2024) ove in centotrenta pagine conduce una critica ai modi e alle condotte dei giorni nostri. Ne pubblichiamo qui un breve est

Tra varie contraddizioni Giovanni Gentile provò a ri-fondare uno spirito italiano sulle ipotizzate “ceneri” e di un «particolarismo regionale» (specie siciliano) e di una vibrante insufficienza (da trasferire comunque al passato)[1]. Un’Italia, un popolo e una tradizione custodibili (custoditi) in ogni individuo e finalmente un vero unico Stato. Seppur lo stesso Gentile fosse consapevole del valore dei filosofi “meridionali” che seppero introdurre i «grandi problemi logici e metafisici del pensiero europeo contemporaneo»[2], sarà Leonardo Sciascia a elevare la cultura siciliana coi suoi maggiori artefici a metafora italiana, europea e addirittura mondiale. Nel bene e nel male l’intero Stivale dall’Unità a oggi verrà sostenuto da un sapere “meridionale”. Se si intende la produzione letteraria come partecipazione di gruppo a un “movimento” le origini siciliane della letteratura sono più che assodate; per soprammercato un certo tipo di modernità secondo Prezzolini si concluderà con la narrazione delle vicende risorgimentali legate a don Fabrizio principe di Salina.

Se si va oltre se si guarda alla Sicilia come manifestazione organica includente, come per ogni umano, un corpo (una parte fisica), un’anima (o psiche, quella di cui dirà il castelvetranese a proposito degli studi e del sentire di Giuseppe Pitrè) e uno spirito (Heidegger direbbe: coscienza dell’essere dell’ente), si è costretti a guerreggiare oggi più che ieri contro la triste constatazione che l’accessibilità al mistero-Sicilia passa per la più ordinaria delle opinioni. Come se quella sorta di “monismo gnoseologico” che distingue ogni sapere-non sapere si fermasse in questo caso al secondo stadio o elemento. Si parla di una Sicilia-fisica, le coste e gli interni, di una Sicilia-anima, le tradizioni e la mafia (per folklore, per biasimo o per bizzarra ossessione), mai di una Sicilia-spirito, olisticamente data dalla quali-quantità degli interpreti che hanno reso cittadine parole e volti a cominciare da Sciascia. Come se si dicesse di conoscere o di subire il basso Piemonte senza aver mai assaporato il Brachetto o incastrato un “cazzo” tra un mezzo periodo e un altro di una conversazione “empiricamente” corretta.

Sull’istruzione e sulla scuola in-educante o pre-lavoro o impiego tout court, sarebbe bene tacere. Nuccio Ordine che venne a Catania a presentare il fortunatissimo L’utilità dell’inutile, le cui tesi mi entusiasmarono con moderazione («L’utile è utile in modo diseguale per chi compie attività diversificate» scrissi: il volume che proponeva era per me inconsciamente “elitario”[3]), Nuccio Ordine dicevo denuncia l’abbassamento del livello generalizzato degli studenti universitari (ma nei licei non va meglio) per facilitare la formazione-produzione di lavoratori im-pensanti da consegnare al dio-mercato. Quella scolastica è un’azienda che parodizza la vera e propria azienda. Così in quel Sud dove sovente i ragazzi a scuola non ci vanno, così in quel Nord grottescamente “manageriale”:

 

«Anche i professori si trasformano sempre più in modesti burocrati al servizio della gestione commerciale delle aziende universitarie. Passano le loro giornate a riempire dossier, a fare calcoli, a produrre rapporti per (talvolta inutili) statistiche, a cercare di far quadrare i conti di bilanci sempre più magri, a rispondere a questionari, a preparare progetti per ottenere miseri sostegni, a interpretare circolari ministeriali confuse e contraddittorie.[4]»

 

 

 

[1] Cfr. Antonio Infranca, Giovanni Gentile e la cultura siciliana, Edizioni l’ed, Roma 1990, p. 13.

[2] Giovanni Gentile, La tradizione italiana, historica, Roma 2023, p. 55.  

[3] Marco Iacona, Sassi e sacrilegi, Tabula Fati, cit.

[4] Nuccio Ordine, L’utilità dell’inutile, Bompiani, Milano 2022, p. 121.

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