Pubblichiamo la Prefazione di Roberto Pazzi al volume di Tommaso Romano "Alchimia della polvere" (Ed. All'Insegna dell'Ippogrifo)

Certe parole non appartengono a un tempo. Appartengono. Così avrebbe detto Rilke. È il sapore aoristo che mi ha offerto il breviario di estetica di Tommaso Romano, con quel titolo evocativo, alla maniera del “contemptus mundi”. Più alta la fede nella Parola, più certa la coscienza dell’effimero di ogni cosa. Anche della stessa intelligenza che divora sé stessa, anche della scrittura. Esemplare l’”Autoritratto feroce”, dove il sentimento del grande Barnum di questo mondo si chiarisce con rara onestà intellettuale.
Elogio della solitudine in tempi di massificazione beata, questo libro di aforismi e riflessioni palpita verità distillate dallo studio di Grandi Maestri. I nomi sono precisati con umiltà di adepto, da Nietzsche a Jünger, da Epicuro a Orazio, da Agostino a Petrarca, da de Maistre a Pascal per farne solo alcuni.
Un filo rosso percorre le sue privilegiate letture, la nozione di Letteratura come continua “confessio oris”.
Sta di fatto che la scrittura di Tommaso Romano, incerta e sospesa fra filosofia e poesia, non è fatta per compiacere un tempo che aborre ogni letteratura sapida di pensiero e dove trionfa un appiattimento della scrittura sulla visibilità televisiva. Tommaso Romano sa bene che nel duello fra la visione, tipica della letteratura, e la vista, tipica della tv e del cinema, è la seconda a vincere oggi.
E pure la sua parola non è così solitaria, perché non è affatto priva di radici assai profonde e riconoscibili nella antica terra di cui è figlio.  
Come non pensare alla ricchezza dell’humus siciliano, leggendo uno scrittore che evoca in qualche modo l’amara consapevolezza ironica di un Tomasi di Lampedusa e il tormentoso esercizio, starei per dire “rovello” della coscienza di un Pirandello? “Non bisogna porsi il problema di essere esemplare o esempio, quanto il rispondere alla propria coscienza.
Se posseduta”. Mi piace riscrivere (il che è un modo tutto particolare di rileggere) questo suo aforisma così illuminante. Illuminante, non ho usato a caso la parola visto che Romano se ne è valso per definire la poesia: “la poesia come illuminazione sacrale, senza rinunciare a nessuna forma della scrittura”.  Ѐ bello che questa sua preziosa “Alchimia della polvere”, si chiuda con un omaggio all’”impervia strada lucente ed aurorale dell’Amore”. Le perle di saggezza di questa scrittura sapienziale sono troppe per poterle citare. Avrei dovuto ricordarmi del culto della Bellezza così dichiarato, anche attraverso la lettura di un certo D’Annunzio. Ma è così che cattura un libro quando è necessario: quando senti, come diceva Leopardi, un “accrescimento della vitalità” che fa sentire insufficiente le parole di gratitudine per averlo letto.

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