(SE) LA POESIA È DIO

Noi siamo il vulcano, la quiete, il magma. Perché tale è il linguaggio, tale è la scrittura. La quiete è il silenzio, l'assenza della Parola, la pagina bianca. Ed è l'angoscia, che si placa quando il linguaggio fluisce e l'opera è fatta ma non compiuta. Appena il tempo di un sospiro e il vulcano torna a ribollire. Perché nella quiete, dove il magma si ritrae, la parola tace per ricominciare.[1]

      Tacere è la grande virtù del silenzio. Parlare tacitamente, il suo prodigio. Concedersi all'ascolto, il dono del linguaggio. Ma è la Poesia il silenzio più solenne, la grande assente, alla quale dobbiamo la grazia del dire portentoso: il linguaggio sublime e festoso per l'uso di parole scelte e adorne. Ciò perché, nonostante sia assente e senza luogo, la Poesia è il luogo dell'oscurità profonda, dove il lògos canta. E lo fa con sonanti immagini, che si offrono in visione e in ascolto allo s-guardo, cantore cieco. E così in noi si apre la radura. Guardiamo dentro «con uno sguardo d'animale, immenso».[2] Oltre la soglia, l'oscurità è la dimora che riduce la distanza e si accende della sua luce segreta. Siamo ospiti dello spazio creaturale e abitiamo il cielo e la terra.

      Fuori è il mondo. Dentro è il suo a-venire. L'occhio è la distanza che ci separa dal mondo. Lo s-guardo ci conduce là dove non c'è separazione, dove l'Assoluto è absolutus, sciolto dai lacci del linguaggio e mantiene il legame con la Parola. E questa mancata separazione è l'altra distanza, la lontananza incolmabile. Pellegrini ed erranti, in cammino verso la meta inconoscibile che ci mette sulle sue orme, disegniamo volti di scrittura a immagine del volto che c'innamora e ci se-duce. La Poesia è la promessa del linguaggio, una promessa evasa e sempre rinnovata, differita. Ed è la scommessa e la lotta, che ha come posta in gioco la sua e la nostra rivelazione. Alla Poesia chiediamo la grazia di quel volto, che non sia vaga immagine o semplice riflesso nello specchio della parola. E le dobbiamo il mantenimento e la cura con cui custodisce l'intimo segreto che garantisce la scrittura e fa di ogni opera una "mise en abyme": l'azzardo di dare ad ognuna una fine, e lo scacco di un libro: il parto che annuncia, che prelude a  una nuova opera, a un altro libro, all'infinito. L'incessante dell'opera è il mistero della Poesia; è la sua Assenza in quanto Assoluto, che la rende ineffabile e inabitabile al pari della morte. Perché di entrambe non abbiamo esperienza ma solo una rappresentazione (il cadavere, il funerale, per quanto riguarda la morte; le opere, le produzioni dell'arte, le belle forme della natura, per la Poesia). Non possiamo entrare nello spazio della morte, non si può sparire in ciò che non c'è. Allo stesso modo, non possiamo entrare nel non-luogo della Poesia se non, forse, morendo, se la morte è l'altro versante della vita: il paradiso promesso e ritrovato, la Creazione, la Poesia stessa.

      Dopo il peccato di Adamo, il mondo è lo spazio della morte, ed è il grande vuoto, l'assenza, la distanza, che solo la morte può colmare. Perché essa è la possibilità del ritorno, la promessa della resurrezione, dell'altra vita, dell'aldilà, del luogo contemplato da Adamo. Ma prima della caduta egli non ha occhi educati alla vista, né braccia, mani, gambe adatti all'uso. Perché tramite il suo Creatore, egli vede, tocca, muove i suoi passi. Tutto accade nello Sguardo di Dio, dove si apre e si distende il Paradiso. Nella cecità e nell'immobilità assoluta vede contempla e agisce il primo uomo. Dentro l'occhio del Creatore egli è Aperto, immerso nella Creazione. Nel giardino delle delizie coglie il frutto proibito e scioglie il legame divino acquistando la piena autonomia del corpo e della vista. E la nudità è la separazione: il pentimento, il rimorso per la trasgressione; è la solitudine dello sguardo strappato dallo Sguardo di Dio. A questo Sguardo aspira il poeta, quando gli occhi godono della cecità che apre l'altra vista. Egli è Adamo che sogna lo stato primordiale senza avere mai conosciuto il paradiso, il quale, tuttavia, si concede al poeta durante il processo creativo come esperienza interiore o estasi. L'estasi, in quanto stato paradisiaco, di beatitudine, nonché sentimento dell'oltre, è il correlativo soggettivo del paradiso, ed è la sua conoscenza estetica, la sua esperienza possibile attraverso le arti: specchio della Poesia, che è l'altro nome del paradiso. Perché essa è la Creazione ed è la Parola: la fonte del linguaggio e delle opere.

      Parlare, scrivere, è respirare. Per il poeta la poesia è come l'aria, necessaria alla vita nei due mondi: quello esterno, o della materia, dove siamo tutti "gettati" con la nascita, e quello interno o dello spirito, in cui, sollevati dalla caduta e dal tempo, è possibile respirare qualcosa di eterno. Qui è riposto tutto il senso che non riusciamo a dare alla vita, al mondo. Qui, nell'intimità dello spazio, si apre l'uni-verso. Abitiamo il nostro essere e ci sentiamo a casa ed esiliati. La certezza dell'Origine è la nostalgia: il dolore per il luogo perduto e la brama del ritorno. La Poesia, in quanto Parola creatrice, è il principio di tutte le cose, umane e divine. Ed è l'Origine da cui veniamo. Allora, infinito è il dolore se la Poesia è il paradiso perduto; infinito è l'amore se la Poesia è Dio, se Dio è la Poesia. Tutto accade in noi, dentro il vigile s-guardo, come allora il paradiso in Adamo, dentro lo Sguardo onniveggente di Dio. Ritornare ad Adamo è il senso della scrittura: dono della Parola, che si dà in ascolto nella visione. Ed è il silenzio ed è l'ombra che occupano la scena, di cui lo s-guardo è spettatore e attore. Esso non varca il confine ed è interprete dell'invisibile forma che in suono e in luce si squaderna. E il mistero si fa miracolo: meraviglia degli occhi, che nel "sepolcro" vuoto contemplano lo spirito dell'opera. Perché l'opera è il cenotafio della Poesia; è la sua nascita morte e resurrezione. Perché là dove tutto è compiuto, tutto è ancora da compiere. E perché la Poesia è l'Infinito ed è lo Spirito, che si esprime attraverso l'infinito delle opere.

      La scrittura ci colloca nello spazio "virtuale" della poesia, dove voliamo con l'ale della virtù poetica, ovvero con l'immaginazione creatrice. L'opera è questa apertura verso l'Infinito. È l'esser-ci: il modo di essere in questo spazio, artisticamente, spiritualmente, umanamente aperti infiniti  incompiuti. Nell'interiorità accade il miracolo della contemplazione, anche quando i nostri occhi sono volti all'esterno e ammirano lo spettacolo della natura o un capolavoro dell'arte. Perché contemplare è vedere «dentro»; è guardare con grande "sguardo d'animale" e andare oltre l'oggetto, oltre la rappresentazione visibile, nello spazio dell'invisibile, nella distanza, che abitiamo  nell'estasi, che è una siesta: un so-stare in contemplazione, «dentro» e fuori di sé.

      Scrivere è proiettarsi, è questo oltrepassarsi nella presenza della visione sacra; è addentrarsi nel labirinto del linguaggio e farne il luogo aperto alla visita dell'Angelo: spirito/fantasma della Poesia, che si annuncia ma non offre il suo grembo alla parola nuova. Ciò che nasce e si manifesta è qualcosa di portentoso: un caos informe a cui il poeta dà forma traducendolo in cosa: parola, verso, opera. E non per caso!...perché tutto nel caos è contenuto, come nell'embrione il nuovo organismo. Scrivere è, dunque, mettersi in cammino volgendosi all'Infinito. È l'esperienza riproducibile del caos e la sua traduzione: il trans-ducere, il condurre l'informe oltre la sfera dell'intimità attraverso il labirinto delle parole per dargli una forma. E questa è solo un'ombra, ove declina la luce dell'Infinito. Perché l'opera è il sogno e il risveglio, l'estasi e la caduta. La caduta è la perdita dell'Infinito dentro un libro, dentro un'opera finita e incompiuta. È il destarsi dello s-guardo dalla visione che lo se-duce e con la quale esso ama intrattenersi. E la visione è l'idea[3], il miracolo della creazione e l'illusione che l'idea sia figlia della Parola madre. Tale è il Verbo, che "partorì" il Creato; a differenza di quanto accade nella creazione umana, dove l'idea precede la parola, non la genera ma la sceglie tra le innumerevoli altre nel labirinto del linguaggio. C'è del divino nel sogno dello s-guardo e ci chiama a ricominciare. Ed è un altro sogno e un'altra caduta, ed è l'incessante della scrittura, l'opera in-finita.  Scrivere, allora, è la brama incontenibile dell'Opera, che porrebbe fine al flusso inarrestabile. È il nòstos: il desiderio del ritorno all'Eden, di ritrovare la Parola, la Poesia; di tornare a contemplare la Creazione dentro lo Sguardo di Dio, come Adamo, «con uno sguardo d'animale, immenso».

 

 

 

 

[1] Questo andare e ritornare dal silenzio al linguaggio, e viceversa, costituisce quello che io definisco  circolo poiesico o della creazione. Esso precede il circolo ermeneutico riguardante l'interpretazione del testo: termine coniato da Dilthey nell'Origine dell'ermeneutica (1900) e ripreso nel xx secolo da vari filosofi, tra cui Martin Heidegger e Hans Georg Gadamer.

 

[2] Il verso è di R. M. Rilke, VIII Elegia, da Elegie di Duino

 

[3] Idea, dal greco ideîn: «vedere»; eîdos:  «ciò che è visto»

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