Tommaso Romano, "L'airone celeste" (Ed. All'Insegna dell'Ippogrifo)

di Vincenzo Guzzo

 

Impresa davvero ardua è quella di affidare al logos razionale l’indeterminabile ricchezza del messaggio poetico. Ne siamo consapevoli e oseremo un linguaggio che alla poesia dell’Autore si ispiri direttamente e che sia capace di esaltarne gli aspetti più belli e profondi.
 Si manifesta e si eleva, nelle poesie di Tommaso Romano, il suo Airone Celeste, paradigma ispiratore del titolo di questa raccolta di versi, spiccando il volo sul mistero della vita, sul limitare del tempo.
 Nostro è il destino di abbracciare ad ogni battito d’ali il respiro angoscioso di Crono mentre la luce fugge tra due abissi da cui veniamo e a cui andremo.
 Il senso del tempo è celato nella perseveranza del vuoto. Il divenire non si arresta ma l’Airone in volo attesta una ricerca dell’essere densa di sofferenza ma anche di distacco e determinazione.
 Un confronto pare dispiegarsi tra le ripudiate scarnificazioni di un Egon Schiele, frutto angosciante di un divenire alieno all’armonia, ed il Celeste mai smarrito dei luminosi cieli dell’Angelico.
 Sofferto ma costante rimane il percorso dell’Airone che, sempre insonne, sorvola ogni disarmonica, putrescente miseria, registra ogni devastante e stridulo rumore, orientandosi sempre tuttavia verso un tempo d’Avvento.
 Non si annulla facilmente l’angosciosa esperienza dell’esistere e dato ch’è venuto il crepuscolo e l’aurora sembra perdersi, resta la terra e il profumo di un attimo. Ma non si placa lo sdegno al banale, perché altro e altrove è il sopravvivere se il divino non abbandona.
 Il bisogno di un ordine sacro ci riconduce al profondo.
 Frugale è questo dimorare nel magnifico cosmo che racchiude le stanze invase d’una bellezza di scelti doni, di molte ore non sperperate. E non si sottovaluta il percorso che dallo stupore originario, incorrotto, senza regole preordinate nel caos, conduce all’ordine del logos, delle cose che parlano lente.
 Gratificante si fa la relazione con il mondo degli oggetti che ci parlano e che riportano alla memoria la bellezza vissuta con tutte le sue contraddizioni.
 Ma cos’è, alfine, vero? Lungo l’aspro percorso ciò che è traccia non si annulla, ciò che permane irradia il sentiero solitario e si rafforzano gli ormeggi d’una scialuppa ormai robusta, inaffondabile, come ciò che invano non è.
 Il cammino non rimane senza premio e l’anima ha valorizzato le risorse del solitario che ha vegliato alla pena senza apparente speranza.
 Di fronte al mistero del trapasso si eleva un canto d’amore e di profonda consapevolezza: E vivi, dunque, adesso nel mistero aurorale, infinito del ricominciamento. È la vita che risorge come alito di amore puro fragilissimo e lieve a trovare nuovi cieli e stelle. Una vita in cui l’alternarsi dell’alba e del tramonto assicura comunque il calore del sole e dell’amore di chi ti volle.
 Dal profondo di un sogno ricolmo di sacra nostalgia affiora, inoltre, l’esperienza e il ricordo di ori barocchi sfavillanti per angeli lievi ed un concerto indimenticabile che rammemora Origine dell’impero celeste nel cuore d’Europa perduta.
 Ma giungiamo al Libero Airone che incrocia in spirito la vita di una creatura che fu tra le più delicate e angeliche della nostra tradizione culturale e spirituale, degna di ogni sogno di pura bellezza. Vittoria Guerrini o Cristina Campo, come amò farsi chiamare, già compagna di Elémire Zolla, diviene anche musa ispiratrice di questa raccolta di versi di Tommaso Romano.
 Colmo di delicata commozione il saluto: Uno sguardo disteso, un lieve tremore gentile, a presto airone celeste meraviglia d’uno stupore inatteso, a presto, prima che l’incantesimo si disperda frale brume nelle nebbie della residua memoria.
 Seguono composizioni di ineffabile ispirazione per l’incrocio esaltante di destini d’anima e nelle sue pieghe si vuole scolpire anche l’impossibile tra quanto di più ineffabile, lieve e dolce si possa concepire o rappresentare.
 Del sublime, nel bilancio della propria esistenza, si conserverà ogni ricordo e l’Airone Celeste conduce già aldilà del mondo ordinario ogni afflato d’anima, ogni sogno mai perduto.

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