“Un terremoto, il clima, le scarse letture, gli inutili rimedi” di Carmelo Currò

Nel maggio 1976, un terribile terremoto sconvolse larga parte del friuli, interessando anche le regioni vicine dell'Italia settentrionale dell'ex-Jugoslavia. Un sisma di intensità che sembrava inaudita e che purtroppo è stato seguito nei decenni successivi, da altri eventi catastrofici in molte altre regioni d'Italia. In tutte, era necessario fare ricorso a vecchi libri e documenti di archivio per trovare i riscontri del passato. Poiché in quasi tutti i casi la nostra memoria corta o la mancanza di media diffusi ad ampio raggio, avevano fatto dimenticare, anche nei territori interessati, le vicende dei secoli precedenti.
Eppure, sarebbe stato facilissimo individuare, sia nell'architettura che nelle pagine storiche, ampi segni e ricordi dei terremoti. Perché non guardare in alto, camminando nei centri storici, e notare quasi ovunque quegli archi ora stretti, ora strutturati per metri in larghezza o altezza, ora organizzati come nuovo ambiente delle case e muniti anche di finestre, per accorgerci di come si tratti di archi di sostegno tra i palazzi più vicini? oppure, perché non osservare con attenzione i perimetri di tante chiese e case, riconoscendo strette mura triangolati, piccoli bastioni con base larga che va restringendosi sempre più verso l'alto, rimedio essenziale per il mantenimento delle mura che si temeva potessero crollare?
E perché non andare prima a caccia di documenti, cronache, citazioni, che avrebbero contenuto ampi richiami ai fatti del passato? Insomma, per conoscere ilo terremoto, sarebbe stato sufficiente operare una lettura anche solo non cartacea, per accorgerci di poter essere sottoposti al pericolo.
Un terremoto veneto-fiulano di 450 anni prima è ampiamente riportato, fra l'altro, dal momento che suo testimone di prestigio fu il Papa Giulio II, allora impegnato nell'opera militare di riconquista degli Stati pontifici, e presente sul territorio perché alla guida delle armate della Chiesa. L'indomabile Giulio, per portare la Romagna sotto il suo controllo, aveva affrontato un viaggio lungo e difficile, nonostante l'età avanzata e un inverno rigidissimo. Era necessario controllare puntualmente le fasi militari e ridare fiducia all'armata e ai suoi sostenitori, allarmati dall'avanzata dell'esercito francese, dai ribelli che contavano su alleati a Bologna e dalla temibile artiglieria del Duca di Ferrara. Il Papa che non perdeva di vista ogni aspetto dell'amministrazione, volle recarsi anche ad ispezionare le saline di Cervia, allora seconde solo a quelle di Comacchio in mano ai Veneziani; struttura per lui indispensabile, perché in grado di offrire a chi le controllava un'ingente entrata finanziaria: ora essenziale per il sostegno economico dell'impresa militare. Giulio II era arrivato a Cervia, prendendo alloggio in una modesta residenza, e si era concesso un breve riposo, come sua abitudine, quando in piena notte la violenza del sisma lo desta e lo fa correre per strada mezzo nudo, presto raggiunto dai cardinali. Si narra che l'immagine del Papa quasi svestito abbia divertito gli astanti, quasi fugando la paura; e del resto credo che l'immagine stessa di Giulio II, abituato ad affrontare senza alcun timore sia le tormente che le palle dei cannoni, abbia contribuito a riportare l'ordine fra quanto lo circondavano.
Man mano che ci si avvicinava verso le aree dell'epicentro, le rovine erano maggiori e gli effetti più sconvolgenti. A Venezia le scosse avevano fatto suonare le campane che poi erano cadute; anche crollate e distrutte le statue poste sulla facciata di S.Marco e del Palazzo dogale. E l'acqua del canal grande ricevendo afflusso dal mare aperto, invase con impeto le strade, annegando molte persone e causando enormi danni. Il maremoto sembra aver toccato una parte molto ampia della costa adriatica, se si hanno notizie dello stesso effetto anche a Trieste.
Responsabile del sisma è certamente stato il movimento della faglia di Idrija, in Slovenia, zona oggetto di indagini molto accurate, fra cui quelle del grande studioso Ivan Mlakar (1932-2004) che per primo ha indivuato la sua natura "trascorrente". (http://www.blueplanetheart.it/2017/03/il-terremoto-di-mw-6-9-del-26-marzo-1511-al-confine-tra-italia-e-la-slovenia/).
Come sempre, non è mancato neppure allora chi rinvenne le cause del disastro nei peccati umani piuttosto che in un fenomeno naturale. La Penisola era sgomenta per gli scontri in atto tra l'esercito francese e quello della Lega santa, voluta dal Papa. La Chiesa correva persino il pericolo di poter assistere a una futura deposizione del Papa, come chiedevano il Re di Francia e alcuni cardinali a lui legati che si erano riuniti a Pisa convocando riunioni deserte con il nome altisonante di concilio, e cui l'opinione pubblica rispose con fiera ostilità. Ma quel che impressionava di più i contemporanei era stata la lunga stagione di tempo inclemente, le piogge incessanti che avevano fatto marcire i raccolti e provocato una diffusa carestia; le tempeste con tuoni prolungati e fuori tempo. Le notizie che parlavano di nascite deformi.
In realtà, il cambiamento climatico che preannunziava oltre due secoli di inverni rigidi e la "piccola glaciazione", era già arrivato in Italia, e produceva conseguenze che si era ancora impreparati ad arginare.
Ed ecco i rimedi suggeriti dal patriarca, il beato Antonio Contarini per rispondere all'evento sismico: nell'ambito della lotta già lanciata per la riforma dei costumi, egli proponeva, con successo, l'espulsione degli Ebrei, cui venne dato un mese di tempo per abbandonare la città, e la repressione dell'omosessualità.
Ci avrebbero pensato nel corso dei decenni successivi le autorità dello Stato, a riprendere in mano il buon andamento della situazione economica e alimentare con nuove formule per rilanciare le finanze ed espandere i commerci e le importazioni. Anche a costo di non urtarsi (quando era possibile) con la Potenza turca, padrona per lungo tempo delle rotte commerciali verso il Mediterraneo orientale.

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