Amore, Sogno, Scrittura: le profezie del secondo Amos - di Giannino Balbis

In omaggio alla passione di Guglielmo Peralta per i neologismi (il suo più celebre – Soaltà – nel 2020 è stato accolto nel Vocabolario Treccani), ho avuto la tentazione di intitolare Le virtù “antropologali” di Amos questa nota al suo nuovo romanzo, La città invisibile (Robin Ediz., Torino, 2026). Amos è il protagonista del racconto – alter ego dell’autore e calzante allusione alla natura intimamente profetica di questa come dell’intera sua opera poetica, narrativa e saggistica – e, quanto alle virtù, se quelle teologali hanno principio e fine in Dio, quelle di Amos-Peralta – Amore, Sogno e Scrittura – sono totalmente e precipuamente umane, antropologicamente umane: virtù necessarie all’uomo per redimersi dal male che egli stesso procura a sé e al mondo.

L’origine del male è tema cruciale – e sostanzialmente irrisolto – della teologia cristiana, come del pensiero religioso e laico di ogni tempo e di ogni parte del mondo. Peralta lo riconduce interamente alla responsabilità dell’uomo, al quale suggerisce tuttavia anche una possibile via di riscatto. È ora che l’uomo s’interroghi sulle proprie nefandezze piuttosto che sul senso della vita. A che pro la domanda esistenziale quando urge la risposta al dolore che egli procura a sé stesso e agli altri senza ragione? In questa riflessione, che apre il secondo capitolo del romanzo ed è riproposta in quarta di copertina, a mo’ di esergo e indirizzo di lettura, è racchiuso quello che, a mio parere, è il filo conduttore più profondo del romanzo. Se nell’uomo è la causa del male, nell’uomo va ricercata la via della salvezza. C’è forse nella filigrana teorica di questo itinerario l’eco di suggestioni orientali (Induismo, Buddhismo, Taoismo…), ma le virtù “antropologali” che, secondo Peralta, sono in grado di cambiare il mondo trasformando l’uomo e indirizzandolo alla salvezza, sono di portata planetaria, non proprie di questa o quella cultura, ma universalmente umane: autentici “trascendentali” nel senso tomistico del termine.

La via del riscatto, dunque, è nella pratica delle virtù “antropologali”: Amore, Sogno e Scrittura, tre come le virtù teologali.  L’ “amore” è tutt’uno con la bellezza, con la predisposizione a riconoscere la bellezza, a darle corpo e forma nella vita e nell’arte (Fa’ del mio cammino… un’epifania della bellezza). Il “sogno” è nientemeno che la via d’uscita dalle impasse della civiltà occidentale, schiava degli eccessi della sua cultura a matrice realistica, del suo materialismo sistematico, votato al dominio senza limiti e remore. Ma prima di tutto c’è la “scrittura”, da intendersi come uso letterario della parola “purificata”, ovvero redenta dalla mercificazione corrente e, per questo, via d’uscita dall’inferno del reale quotidiano e via d’accesso al paradiso della città invisibile.

La “città invisibile” è la città della letteratura, l’universo creato dalla scrittura purificata, appunto: invisibile a chi ne è estraneo, impigliato nella rete della realtà apparente, impossibilitato a cogliere la pienezza della soaltà, ma ben visibile e tangibile a chi, come Peralta, dello studio sulla parola e della scrittura letteraria ha fatto la dimensione suprema dell’esistenza e dell’arte, strumenti con i quali continuamente crea e ricrea la propria città. Il nuovo romanzo non è che l’ennesima tappa di un percorso filosofico-narrativo-poetico che dura ormai da molti decenni: dalla silloge Soaltà del 2001 all’omonima rivista del 2004, dalla silloge Sognagione del 2009 al saggio La via dello stupore del 2018, per non citare che alcune delle opere più significative. Ma i progenitori diretti della Città invisibile sono il romanzo H-ombre-S (Genesi, 2011) e la sua omonima versione teatrale (Youcanprint, 2019). Come La città invisibile, anche i due testi suddetti si presentano – in forma di racconto o di copione teatrale – come resoconti di viaggi e incontri nella “città invisibile”, di dialoghi con gli abitanti di questa città dell’anima di Peralta, che altri non sono che gli scrittori, le opere, i personaggi della letteratura a lui più cari e vicini: da Kafka a Strindberg, da Calderon a Shakespeare, da Dostoevskij a Garcia Marquez, da Pirandello a Bradbury, ma anche Teseo e Ulisse, Beatrice e Pinocchio, e tanti altri… Il panorama degli incontri s’infittisce ulteriormente nel nuovo romanzo, dove, accanto ai precedenti, spuntano (in approssimativo ordine di apparizione) anche Alice, Macbeth, Edipo, Medea, Romeo e Giulietta, i Karamazov, Orfeo ed Euridice, gli eroi delle Metamorfosi di Ovidio e quelli della Metamorfosi, del Castello e del Processo di Kafka, e ancora Gertrude, le anime morte di Gogol, i personaggi della Divina Commedia e i Sei personaggi in cerca d’autore, Tadzio di Morte a Venezia. E, per finire, anche la divina indifferenza di Montale: non prosopopea bensì concetto negativo di confronto, rispetto al quale la “città invisibile” si pone agli antipodi. Non è l’indifferenza verso le nefandezze dell’uomo e della storia l’atteggiamento più giusto. Al contrario, non si deve mai smettere di combattere contro i disvalori del reale.  Mai abdicare al dovere di praticare – e additare agli altri – i valori umani più alti, i possibili approdi a dimensioni radicalmente alternative, qual è la soaltà della “città invisibile”. Così il romanzo si può e si deve leggere non solo come un’autobiografia intellettuale, ma anche come baedeker a beneficio del lettore: una preziosa guida ad un mondo profetico, che solo gli stolti realisti potranno ritenere irreale e utopistico.

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