ANCORA DUE PAROLE SULLA CULTURA DI DESTRA

La “quistione”, come avrebbe scritto Julius Evola, della “cultura di destra” è un argomento che ho

toccato molte volte, anche sulle pagine elettroniche di Totalità, pertanto sono già ben noti la mia

personalissima posizione e il mio pensiero in merito.

Noto che da un po’ di tempo, nuovamente se ne è ripreso a parlare, giustamente anche da parte di

alcuni dei più brillanti e attenti giovani di area, dopo gli interventi ripetuti più volte nel corso degli

anni, dei più “anziani” come Gianfranco de Turris, Marcello Veneziani, Franco Cardini, Mariano

Bizzarri e per ultimo, come sempre, il sottoscritto, che avendo superato la cinquantina certo non è

più un ragazzino.

Questo è un bene, vuol dire che non tutto è ancora perduto, che ancora tra le file dei trentenni, o

giù di lì, qualcosa è vivo, dopo che noto (non solo io) un’intera generazione “perduta”, lasciata

andare allo sbaraglio, priva di reali ideali (non ideologie), di virtù e di un pensiero che non sia

relegato all’utile immediato.

È stato il lascito forse di quella triste esperienza che fu An e la sua fusione con il Popolo delle

Libertà. Oggi io (e non solo io, lo ribadisco) vedo un fallimento epocale quasi assoluto nella

formazione e nella crescita culturale dei giovani di destra.

Certo il mondo cambia, non sono più i nostri anni Settanta e Ottanta, a una lettura “simbolica”

della vita si è scelta una sociologica, al “Cavaliere del Graal” si è preferito il “fante del Carso”, il

Mito è stato sostituito dalla cronaca.

Tutte critiche che a molti non piaceranno, ma a me della cosa non importa né poco né punto,

comunque resta il fatto indubbio che esistono dei responsabili etici della perdita culturale di una

generazione.

Ora, visto che a criticare siamo capaci tutti (non è vero, ma facciamo finta che sia così), proviamo a

individuare delle soluzioni al problema. La mia proposta è semplice, lapalissiana direi, visto ciò che

“ammanca”, come avrebbe detto Brancaleone da Norcia.

Ciò che difetta alla destra non sono i “maestri”, ma la volontà di creare una vera e propria “schola”

una “scuola di formazione” non politica, ma culturale, laddove per Cultura s’intenda una panoplia

di discipline che vadano a creare realmente il substrato dell’azione politica.

Mi spiego meglio per i meno acuti:

È la Cultura ad avere un primato informativo sulla politica e non il contrario, così come invece è

avvenuto sino ad oggi, quindi non è più ammissibile che chi fa politica sia ignorante (ovvero che

ignori) e, per esempio, non conosca Duccio di Boninsegna, o Coluccio Salutati, o la poesia di John

Donne, o la musica di Giorgio Mainerio. Non è possibile sentirgli sbagliare verbi, accenti, parole

usate a casaccio, luoghi comuni e anglicismi del tutto inutili e fuori luogo.

Ma naturalmente questa creazione di una vera e propria “accademia” per i giovani (e anche

qualcuno meno che ne avrebbe grandemente bisogno, lasciatemelo dire), non avverrà mai, e se

dovesse avvenire sarebbe come qualche del tutto dimenticabile esempio, che serve soltanto a

parlare di economia, bassa politica e francamente (per me) tristi e obsoleti revanscismi.

Non mi faccio più illusioni, tutto andrà avanti come prima, banalmente autoreferenziale sino al

nulla. 

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