
L’antropologia alternativa di Tommaso Romano
Tommaso Romano, con la sua intensa e poliedrica attività pubblica e culturale, è un intellettuale da sempre impegnato in un atteggiamento di “resistenza attiva” contro la degradazione civile e valoriale (oggi purtroppo anche bellica) della società contemporanea e contro la sua miserevole deprivazione estetica. Ultima e più recente testimonianza la pubblicazione del Manifesto del Mosaicosmo – Per Un Nuovo Umanesimo Cosmico. Dietro le pagine si indovinano il ricco retroterra filosofico dell’autore e soprattutto il lungo negli anni dialogo/conflitto interiore fra diverse e contrastanti sollecitazioni filosofiche e sociologiche (schematicamente: nietzschiane, evoliane, esistenzialistiche, marxiste, spiritualistiche…) pacificatesi sembra alla fine in un cristianesimo “aperto e sociale” alla Maritain. Nel Manifesto l’autore sintetizza efficacemente, in una successione di formule asciutte e concise, il “suo” profondo sentimento del Sacro e della Bellezza (platonicamente intuita come trama segreta e permanente dell’universo) nel momento stesso in cui - realisticamente e razionalisticamente- chiama a una riflessione individuale e collettiva sullo stato presente del mondo e sulle responsabilità del vivere, tracciando le linee di una “nuova” antropologia.
L’indifferenza e la superficialità dell’Homo videns, il cinismo egoisticamente competitivo e aggressivo dell’Homo oeconomicus, l’appiattimento calcolante e quantificante dell’Homo technologicus su meri livelli di efficienza-utilità, funzionalità-produttività, convergono tutti nell’attuale fase storica nell’assalto/assedio della naturale, anarchica, ricchezza e complessità della Vita, e dell’integralità dell’Uomo atrofizzato e devalorizzato in altri suoi bisogni e potenzialità/possibilità (fisiche, psicologiche, sociali, spirituali). Nel pericolo insomma siamo immersi del pensiero unico, dell’usa-e-getta applicato a cose, persone, folle predazione della Natura, e del regresso -nell’individualistica torpida massificazione comportamentale- all’homo homini lupus fra crollo del Diritto e morte della coscienza. Il presente caos epocale si fa nel Manifesto del Mosaicosmo di Tommaso Romano proposta alternativa strutturantesi intuitivamente come “visione” e concretamente come fattibile “scommessa” storica e esistenziale.
La “visione” recupera la misteriosa radice cosmica (e divina) degli esseri umani, tasselli viventi del vivente mosaico dell’universo; il pensiero ne trae le conseguenze.
L’uomo -afferma perentorio Tommaso Romano- è libertà incarnata in materia cosmica; spirito che abita il tempo; coscienza capace di trascendenza. Il che significa innanzitutto che ogni essere umano, tessera unica, irripetibile, necessaria del mosaico cosmico che sempre si ricompone, è “costituzionalmente“ portatore in sé -nella sua singolare diversità e personale insostituibile contributo alla corrente della Vita e della Storia- di una dignità, libertà, creatività “originarie”, che precedono e stanno al di sopra di ogni distinzione e/o discriminazione di razza, etnia, ideologia, regime politico, profilo algoritmico, che pretendano di selezionare, incasellare, gerarchizzare i singoli individui. Patrimonio al contrario e eredità di ogni uomo tali che dovrebbero “informare“ di sé alla base ogni istituzione, programma, progetto, pragmaticamente civili e storici. Sottolinea infatti Romano che la diversità delle persone non è un problema da gestire, ma una ricchezza strutturale del cosmo da custodire e celebrare. “Una ricchezza” appunto -ed è questa la seconda fondamentale conseguenza della premessa cosmica- da “conservare” e “valorizzare”, entro l’armonia-ordine dell’universale mosaico, per il Bene comune. Come, fra le altre, la libertà d’impresa anch’essa manifestazione/espressione della libertà e creatività umane. Un imprenditore -scrive Tommaso Romano- che crea, che trasforma risorse in valore… porta ordine nel caos, realizza possibilità dove c’era solo potenzialità, ma la sua azione deve essere orientata dalla responsabilità verso il bene comune, data l’ontologica, imprescindibile, dignità di tutte le singole tessere del mosaico e data l’ontologica (tomisticamente) unità nella diversità del reale. Analogamente quanto alla diffusione dell’Intelligenza Artificiale, che per Romano deve essere pure essa al servizio della persona. Deve l’IA -rimarca l’autore- sapere per quale uomo lavora (senza “inquinamenti cognitivi” dunque e di “caste”!) e verso quale bene orienta i suoi processi. Di recente Papa Leone XIV ha suggerito per l’IA una progettualità che punti alla giustizia e alla comunione fra gli uomini. Scienza e tecnica non possono andare fuori controllo umano, soprattutto oggi che, come ben si sa negli ambienti scientifici, la capacità di “fare” della tecno-scienza supera di gran lunga la capacità umana di prevedere gli effetti del suo stesso “fare”. “Scienza” e “Tecnica” necessitano -sottolinea Romano- di saggezza, senso di responsabilità, consapevolezza del limite. E sorge spontaneo il ricordo di una personalità, sul cui agire possono benissimo incontrarsi (e si sono incontrati) laici e cattolici, credenti e non credenti, quale Gino Strada, che nel 2020, tirando le somme nella sua autobiografia di tutte le sue esperienze, si chiedeva e “ci” chiedeva: Quali priorità ci diamo come società? La vita delle persone o la guerra? Salute, istruzione gratuita, un lavoro dignitoso e protezione… o fame e sofferenze per molti?... Smettiamola di riconoscere il valore della vita solo per una parte dei cittadini del mondo!
E sembrano suonare a rinforzo di tali indicazioni, nel terzo capitolo del Manifesto, le parole dello stesso Tommaso Romano, quando riflette che l’IA non può sostituire la relazione, la cura, la responsabilità morale. Può -dice- amplificare le capacità umane; non può essere il sostituto dell’umanità (sic!) dell’uomo. O quando nel capitolo quarto, circa la Politica che al presente è ovunque -come sappiamo- al rimorchio di economia, finanza, corsa tecnologica (anche in funzione della supremazia bellica come mostrano le odierne guerre guerreggiate a sciami di droni), afferma decisamente che il Nuovo Umanesimo cosmico (potremmo aggiungere -mi chiedo- “personalistico”, “pluralistico”, “comunitario”?) chiede una politica che riconosca la persona come fondamento e fine di ogni istituzione; che tuteli le libertà fondamentali come beni non negoziabili; che valorizzi gli apporti creativi “dal basso” di singoli “dettagli” dell’unitario vivente mosaico (alias il principio della sussidiarietà); che orienti l’economia verso il bene comune… che governi la tecnica con saggezza senza subirne la logica come destino ineluttabile.
Il pensare, nella “visione-programma” del Manifesto del Mosaicosmo, in termini di “comunità di destino”, non lo impone solo l’attuale coscienza planetaria che ci fa percepire ”noi tutti” come interconnessi e interdipendenti al di là dei fragili confini territoriali nazionali, segnati più sulla carta che reali, quanto al rischio nucleare, alle crisi energetiche, allo sfascio climatico e ambientale, alle tante guerre “a chiazze” prossime a saldarsi tragicamente fra di loro. E’ conseguenza cogente -come abbiamo fin qui visto- anche della comune “radice” cosmica (e, per Tommaso Romano, pure divina) degli umani, e della collocazione complementare delle singole tessere nel mosaico universale. “Mosaico” che per il radicamento nella tradizione cristiana di Tommaso Romano non è soltanto specchio/emblema analogico di senso concretamente storico e sociale, perché il cristiano di autentica spiritualità opera all’interno del mondo per la “giustizia” e “l’amore” come lievito, mirando a trasformare lentamente e con “discrezione” istituzioni, culture, tecniche, economie (appunto -come detto all’inizio- alla Maritain). Ma è anche garanzia (ed è la terza fondamentale conseguenza) del destino trascendente degli esseri umani, di “ogni essere umano”, amato -precisa Romano- da un amore infinito e personale. E indugia pertanto a spiegare che il Dio della Rivelazione cristiana è un Dio personale… è il Padre che conosce ogni figlio per nome, che cerca la pecora perduta lasciando le altre 99, ed è il Verbo incarnato che -come si legge in San Paolo- ci ha “tutti” acquistati a caro prezzo. Non viene dunque l’Uomo dal Nulla e non va verso il Nulla. Il Senso -domanda assillante della creatura umana sin dalle origini del suo cammino cosciente sul pianeta, creatura umana che è essere spirituale e non solo “materia cosmica”- esiste, conclude l’autore, e nella sua duplice istanza/risposta, storica e trascendente. La Storia -sottolinea- è un dramma in cui ogni persona svolge in libertà e creatività il “suo” irripetibile e insostituibile ruolo, e il Mistero cosmico, il cui sacro e invisibile linguaggio si rivela nelle molteplici epifanie dell’Arte e del Bello, non è fondale muto e indifferente dell’esistere umano, ma il suo autentico, trascendente, orizzonte e destino!
Per finire, una frase va sottolineata dell’Epilogo del Manifesto, nella quale Tommaso Romano confessa con franchezza la sua lunga, appartata, “ricerca“ di individuo e di intellettuale, e la sua controversa e trepida speranza, la frase in cui parla di scommessa sull’uomo (che è anche scommessa di Romano su se stesso, e di ciascuno di “noi” su se stesso): E’ in fondo -scrive- la scommessa sull’uomo: che valga la pena difenderlo, amarlo, costruire per lui istituzioni degne della sua grandezza e capaci di sostenerne la fragilità.