La psicologia del tycoon dell'alta finanza nel nuovo romanzo di Sandro Gros-Pietro “Fratello cattivo” – di Rossella Cerniglia

   La storia narrata in “Fratello cattivo” da Sandro Gros-Pietro, è sostanzialmente la storia del personaggio Harvey Russell, protagonista del romanzo. Una figura che caratterialmente affonda le sue radici nel clima di  quel che una volta veniva definito il mondo dorato del jet set, un mondo di élìte, raffinato, esclusivo, costituito dagli appartenenti alle classi sociali altolocate e agiate che amavano l'ostentazione del loro status sociale e l'enfatizzazione di una esclusività di gusti, atteggiamenti, frequentazioni, atte a sottolineare il prestigio  e l'unicità della loro persona.
   È interessante come, attraverso la rappresentazione del personaggio, cinico e privo di scrupoli nel perseguire il suo infamante decalogo di trasgressioni, si apra a noi lo spaccato di una società che ha i crismi della grettezza e dell'ipocrisia, di una società egoista sino al midollo nel perseguimento di un fine assai meschino, ma ritenuto unico credo - quello della ricchezza - unico altare su cui immolare ogni altro ideale, ogni altra legge e ogni residuo senso di umanità. Per cui - leggendolo alla luce di questa sua forte connotazione - al romanzo si potrebbe attribuire valenza di saggio.
   Harvey Russell nasce in seno ad una siffatta società e ne eredita vizi e  difetti. Fin dall'adolescenza metterà in mostra caratteristiche che, sin da subito, ce lo presentano come figlio di essa, suo prodotto e inesorabile erede. Caratteristiche che egli riterrà doti singolari ed esclusive che in sommo grado possiede solo la sua persona, e che tenderà a coltivare per fini utilitaristici che si andranno specificando nel corso degli anni.
  Nel darci un saggio di questo nascente carattere, l'autore parte da esperienze adolescenziali, dalle radici della nascente rivalità col fratello Gerald, dalla sua vita al college e da episodi di goliardia come quello dell'investitura della “Sacra Mutanda” posta, con maccheronico cerimoniale, sul capo di statue consacranti virtù e valori di illustri personaggi della storia. Analoghi episodi, -come quelli dei rituali d'iniziazione della conventicola I.C.C.- maturano, anch'essi, in quel clima di spensieratezza e irriverenza, e di libertaria onnipotenza che - è vero - di epoca in epoca, sogliono connotare gli albori della giovinezza, ma qui rappresentano premesse, punti di partenza, che andranno ad enucleare la futura personalità del protagonista.
   Il nostro Harvey, infatti, come c'è da aspettarsi, frequenta uno di quei college esclusivi per rampolli di una “quasi iperuranea” società che opera ai vertici del potere politico e finanziario. Si tratta, ovviamente, di un'èlite, di un sistema chiuso nei propri privilegi che guarda il mondo dall'alto, da una prospettiva che lo situa ai vertici di esso.
   La narrazione ha un avvio in medias res e non procede in modo lineare, nel rispecchiamento della fabula, ma opera frequenti salti temporali, con innesti memoriali e flashback che ci riportano a vicende del passato.
   Nel capitolo che narra della vendita degli elicotteri da combattimento, e in quelli successivi, nei quali sono meticolosamente illustrate le trattative per la vendita di armi tra il nostro Harvey e i manager acquirenti, la descrizione del comportamento di uomini d'affare che operano a così alti livelli passa per un'attenzione meticolosa a dettagli apparentemente solo esteriori, che potrebbero apparire stucchevoli se non servissero da rimando a quel mondo così stratosferico e discutibile del quale, invece, rappresentano un'implicita denuncia.
   Questi stessi capitoli sono inframmezzati da scarti temporali che si illuminano di valenze psicologiche nelle quali si mostra l'interiorità del protagonista, affascinato da se stesso, dalle proprie capacità oratorie, come un Narciso per sempre  innamorato dell'immagine di sé riflessa nella fonte. 
   Nel suo gioco volto all'assoggettamento di tutti, ricorre come primo espediente, proprio alla virtù delle sue presunte capacità oratorie attraverso le quali fa presa sul padre, di cui diviene il figlio prediletto, mentre riesce a blandire e ad adescare la madre con facili moine.
   Il suo narcisismo lo porta a sviluppare  una mentalità opportunistica ed affaristica che sfrutta ogni occasione per imporre il suo dominio sugli altri. La sostituzione dei Dieci Comandamenti, di dettato divino, con con i Dieci fondamenti della Ricchezza, nuovo decalogoistituito nell'ambito della conventicola I.C.C. e ossequiente al dio denaro - si inquadra nella prospettiva di questa distorta visione di sé e del mondo: espressione delle caratteristiche di una cultura approssimativa e rapace, che, anche in età matura, fa mantenere ad Harvey i tratti di quei giovani adulti che conservano ancora un profilo adolescenziale.
   Il narcisismo di Harvey non nasce dunque, come spesso avviene, da un'umiliazione patita. La sua matrice è nella società stessa che lo ha educato, nel potere della sua famiglia riconosciuto ai vertici della società inglese. Il suo status è ineguagliabile conquista attraverso una lotta che si impone come sistema di vita: nella competizione che da allievo ha appreso a scuola e che si estende a tutti gli ambiti della vita sociale in cui quel che conta è essere i primi, i migliori in tutto; nell'educazione, nell'esempio e nel sostegno del padre vissuto secondo gli stessi principi che reputa sacrosanti.
   Il suo narcisismo è quello dei vincenti: si euforizza per le sue capacità e le sue vittorie e ad ogni nuovo successo rilancia la posta sempre più in alto in una perenne sfida con gli altri e con se stesso, con le sue doti che egli ritiene superiori a quelle di qualunque altro. Il narcisismo nato da un'umiliazione subita porta alla tristezza, alla chiusura in sé e all'insicurezza, egli invece si esalta nella competizione, sperimenta fino in fondo le proprie capacità senza mai arretrare un istante. Così la volontà di emergere diviene lotta furibonda - sprezzante e priva di ogni scrupolo - per essere primi, per raggiungere anche a costo di atrocità e nefandezze inenarrabili la vetta assoluta. Ma nel suo fondo si avverte una ferita, un punto critico, una vulnerabilità ben celata che costituisce il “tallone d'Achille” della sua interiorità.
    Al suo primo apparire Harvey è sul punto di compiere il suo ottantesimo compleanno, data fatidica nella sua vita poiché lo porterà - in un'inedita condizione di instabilità e di dubbio - a inventariare le malefatte di un'intera esistenza.
    Sia dal titolo del romanzo, come anche dagli episodi narrati nelle prime pagine di esso - quando l'autore illustra le radici dell'odio antico per il fratello Gerald - comprendiamo che Harvey è la versione moderna del biblico Caino, e questo nonostante Harvey definisca “fratello cattivo” Gerald.
   Il sogno che molesterà il suo sonno con la domanda insistente “Dove è tuo fratello? ” rispecchierà il  rimorso tormentoso dell'altro personaggio attraverso la figura di Dio che lo insegue ovunque vada e gli sta col fiato sul collo, incalzandolo senza tregua con la stessa domanda.
   Il narcisismo è, infatti, una patologia dell'anima che genera odio e impone  continua guerra e insensibilità e morte. Le vicende successive riguardano la genesi dell'odio proiettato sulla figura paterna, odio che insorge improvviso, non appena questi vuole, con decisione, imporre  la sua volontà su quella del figlio. Harvey onorerà apparentemente la decisione del padre e seguirà il percorso di studi da questo indicatogli, ma da quel momento la sua muta ribellione e un odio senza fine accompagneranno il genitore come un'ombra nefasta, in uno sviluppo imprevedibile e mostruoso che condurrà il padre – per un tranello ordito dallo stesso figlio -  al tracollo finanziario prima, quindi alla morte.
   Con la madre, che egli si limita, in genere, a compatire, si dà, più o meno, lo stesso epilogo, la stessa fine segnata come un destino, appena il suo odio, a partire da un istante preciso, si scatena: un odio dissimulato, ma che non perdona, divenendo inarrestabile: una macchina della vendetta che, una volta messa in moto, niente può più arrestare. Anche alla madre, Harvey tenderà un tranello e una truffa degna di quella ordita contro il padre.
   Nella narrazione dei due episodi si evidenzia il presupposto di una psiche malata, anaffettiva, un cuore e un'anima aridi, insensibili, privi di umanità ed empatia:  al fondo di tutto, della scaturigine improvvisa di odio e vendetta, che sembra risiedere in motivi apparentemente banali, sta, infatti, la percezione distorta di Harvey che interpreta come reato di “lesa maestà” l'azione di chi non gli consente di emergere come vincitore: colpa talmente imperdonabile questa, da rendere implacabile l'odio e spropositata e inesorabile la vendetta.
   Dopo altri episodi di liti con Gerald, in cui, ancora una volta, Harvey mostra il suo arrogante cinismo nei confronti del fratello, l'autore concentra l'attenzione su accadimenti che proiettano la loro luce sinistra sulla personalità del protagonista e sulle trasgressioni del Decalogo divino che essi comportano.
   La coscienza indurita di Harvey subisce un inaspettato contraccolpo  dopo aver ricevuto dalla moglie Shanti un singolare regalo per il suo ottantesimo genetliaco: si tratta di un messalino, che egli stesso aveva avuto in dono per la sua prima Comunione, e in seguito messo da parte e dimenticato. Recuperato dalla moglie in soffitta tra vecchi cimeli di famiglia, gli viene inaspettatamente consegnato, e nel gesto Harvey ravvisa, come tra le righe, un messaggio occulto e allusivo che lo inquieta. È un regalo pregno di una perturbante simbologia e che d'ora in avanti lo terrà ancorato al feticcio che esso rappresenta.
   Il capitolo “Non dire falsa testimonianza” già mette in rapporto il comandamento divino col cinismo sprezzante del protagonista, col suo modo di coprire la sporca verità del suo traffico di armi e di morte, in un'inchiesta che sta per avviarsi, intorno al suo operato. Ma anche di fronte ad una situazione drasticamente critica, egli è inarrestabile, opera una contraffazione criminale della realtà ai danni di suoi dipendenti per salvare il prestigio della sua persona, e la sua scaltrezza, la mancanza di scrupoli, ancora una volta, gli permettono di vincere e trionfare - almeno in apparenza.
   La sua etica è lo specchio di quella dei magnati dell'alta finanza, il suo agire ne costituisce il paradigma indiscusso. Dai brevi perentori ordini impartiti ai suoi sottoposti (alla moglie, in particolare) in questo critico frangente, si manifesta l'esecrabile, insensibilità della sua coscienza egoica. Ne forniamo qui uno stralcio a mo' d'esempio:  “Costruiamo immediatamente un muro di false testimonianze. La falsificazione è la prima espressione del genio umano ...creare fatti; creare testimoni; stravolgere la realtà... Scegliamo già da adesso i nostri possibili capri espiatori. Teniamo pronte le teste da tagliare. Scarichiamo le colpe sui nostri dipendenti. Incomincia dal basso...Crea una catena di irresponsabilità e sregolatezza fittizie, avvenute a tua insaputa.” Poco più avanti, nello stesso capitolo “Tu devi creare una valida cortina di false testimonianze, di spergiuri, di fatti inventati...sviamento delle indagini, un ginepraio, un rebus irrisolvibile, io amo la falsa testimonianza, amo spergiurare il falso.”
   Però, il libro d'ore, il messalino che racchiude il richiamo alla saggezza del decalogo divino, d'ora in avanti sarà sempre presente, materialmente o anche solo riflesso nella sua coscienza, a indicargli quel binario da cui la sua anima ha deragliato in tempi  lontani. Da esso si diparte quell'insistente destabilizzante richiamo, in tutto simile a quello di Dio, ovvero alla voce della coscienza, che richiamava Caino all'ordine dell'universale prescrizione.
   Ed ecco le prime avvisaglie dell'inferno offrirsi ad una coscienza che non si redime: il quasi-soffocamento per un'asma allergica, che si risveglia ogni tanto, e che rispecchia la valenza della sua anima asfittica e di una quasi-morte spirituale. Poi la delusione dell'aver teso un inutile tranello all'odiato Gerald, che non si lascia irretire: un tentativo di annientare - con uno dei suoi soliti raggiri - l'ascesa economica e il prestigio che questi si era conquistato: tentativo andato miseramente in fumo con atroce scacco del suo indomabile narcisismo.
   Molti dei Comandamenti divini appaiono platealmente trasgrediti da Harvey, e tra questi anche quello che dice “Non desiderare la donna d'altri.”  Comandamento infranto nella sua giovinezza, quando in barba all'amico che si era fidato di lui, circuisce la donna di cui questi era follemente innamorato, e gliela sottrae,  facendo di essa la sua prima moglie. Ogni abuso è realizzato col solito cinismo beffardo di chi non ha in nessun conto la vita e i sentimenti altrui, con l'animo del vittorioso che calpesta irridente i cadaveri seminati lungo  il campo di battaglia che è il suo stesso cammino, la sua vita.
   Il capitolo “Gioie e dolori della realtà immaginaria” è quello che permette di ordinare, in buona parte, “fatti e misfatti” secondo un ordine cronologico  più aderente alla fabula. Vi si ripropongono, senza più l'abbaglio del fashbeck, fatti già narrati: questa volta nella loro reale interdipendenza, e secondo uno schema che interamente ripristina la coerenza strutturale dell'intreccio. Si allude, in una sorta di traslitterazione tra codici diversi - anzi antitetici - alla creazione di nuove realtà, partendo dalla distorsione dei fatti reali che i media tendono ad operare, facendo apparire reale ciò che non è tale.
    E' un tema particolarmente caro alla distorta prospettiva della realtà che cova nella mente di Harvey, il cui impero economico si estende ad abbracciare ampi settori delle comunicazioni di massa. Ed egli, con fiuto ineguagliabile, riesce a carpirne ogni potenzialità di sviluppo in senso affaristico. Una proposta del fratello Gerald gli apre la strada a un potenziamento del settore dei mass media e a nuovi guadagni; ma sulla base di nuovi contrasti, tra essi rinascono i vecchi rancori. Come una cancrena si riapre e si acuisce l'avversione di Harvey per il fratello, e nuovi ardui conflitti li dividono più radicalmente in merito all'eredità, dopo la morte della madre: ultima lite, ultima arrogante manifestazione di cinismo di Harvey su Gerald, e ultima volta in cui i fratelli si vedono. Poi Gerald comprende che il suo posto non può essere accanto al fratello né più all'interno di quella famiglia, il cui capo indiscusso - ossequiato, anche dalle stolte sorelle - è il primogenito Harvey che lo detesta.
   Gerald è un idealista, non interessato come il fratello, al puro e semplice business. Un anno dopo la sua partenza per Torino, morirà in uno scontro a fuoco tra forze dell'ordine e terroristi - i cui piani aveva appoggiato nella prospettiva di realizzazione di un mondo migliore.
 
   Mentre Harvey si reca a velocità alla sua prestigiosa Russell Manson per la celebrazione del suo ottantesimo compleanno, la narrazione torna, dunque, alla giornata da cui prende l'avvio la storia, e il cerchio sembra chiudersi all'interno di essa, condensando nell'animo umano - e nell'arco di poche ore - il turbine impetuoso di un'intera esistenza. Si riaffacciano le ombre del suo passato, il messalino è nella sua tasca, ed egli comincia a scorrere i Dieci Comandamenti. E ad ognuno di essi prova a replicare, come se qualcuno - ad ognuno di essi - gli muovesse un'esplicita accusa: maldestro tentativo di assolvere il suo operato mettendosi a posto la coscienza.
   Ma già sul finire del capitolo, mentre l'auto continua a viaggiare  speditamente verso la sontuosa dimora, in una imprevedibile sterzata di sentimenti e pensieri - che erano stati fin qui ossessivamente ostili al fratello – Harvey, in preda a un sentimento nuovo, improntato a una penitente nostalgia, si convince  di amarlo e di averlo in realtà sempre amato.
   Ma è un discorso che si fonde con la quiete serale, annunciatrice di pulsioni acquietate, nella quale - simbolicamente - si traduce il declino dell'ottuagenario protagonista. I pensieri appaiono allora come un ripensamento di epoche remote, episodi rielaborati nella distanza che proiettano un alone nostalgico sulle visioni e sulla realtà di un tempo. Pensieri fugaci che tuttavia tornano ad invadergli la mente proprio mentre si trova nella sua regale dimora a ricevere l'ossequio e gli omaggi dei commensali che egli mostra di accogliere con l'autorevolezza e la generosità di un patriarca e un anfitrione.
   È allora che pensa - dopo i quarant'anni trascorsi dalla morte del fratello - che “metà della vita egli l'ha trascorsa ad odiarlo e a combatterlo e l'altra metà a evocarlo e a rimpiangerlo”.
   Si aprono innanzi a lui  i due fronti della realtà, la sua doppiezza. E in questa visione duplice, e in se stessa contrastante della realtà,  è riportato al presente, al confronto analogico tra la vanità di un lusso sfrenato e senza limiti, testimoniato dal suo stile di vita - e nel presente, dagli eccessi di questa grandiosa festa profana che è il suo compleanno, in cui il cibo è profuso oltre misura - e la “mistica vivanda”, la semplice ostia consacrata, nutrimento dell'anima. Un confronto stridente tra una materialità oscena e abietta, e un'essenzialità mistica e sublime: è il confronto inesorabilmente umano, tra materia e spirito, le due antitesi di cui è fatto l'uomo.
   In questo suo istantaneo distacco dalla realtà che gli freme intorno, nel chiacchiericcio serrato che lo circonda, ha un attimo di straniamento quando, frastornato, si chiede “se c'è qualcuno fra i presenti che sappia ancora parlare di cose reali della vita, contenuti che riempiono l'esistenza”.
   Ed è molto strano che questo effetto si produca in lui che ha guardato sempre alla gretta materialità del reale: ora, per la prima volta, forse, è sfiorato dall'idea che esista una realtà più vera, più intima e profonda che non ha sede nel mondo, ma in noi stessi.
  I capitoli finali del libro ci incalzano in un crescendo di argomentazioni, riflessioni e dubbi che accentuano la discrasia tra realtà concreta e immaginazione, in un gorgo di angoscia insolvibile. Vengono evocati altri ricordi che sempre si frammischiano alla realtà del momento: tra essi la parentesi paradisiaca in un angolo di mondo in cui il paradiso può apparire ancora credibile, verosimile: nei mari del sudest asiatico, e insieme alla bellissima Shanti, che di lì a poco diverrà la sua seconda moglie.
   Ma il tempo ha maturato una nuova realtà, e la loro unione, nel presente, non è più perfetta come prima. In un colloquio intimo, privato, tra i due vengono fuori i dubbi e le asprezze che costituiscono la verità del loro attuale rapporto al di là delle maschere imposte dalle convenzioni sociali. Harvey dubita della fedeltà della moglie come amministratrice delegata della Russell Corporation - posizione subalterna ma di grande rilievo nell'azienda – e nonostante i suoi molti meriti esige da lei immediate dimissioni.
   Tra i due si apre un dialogo dai toni avvelenati che riporta la discussione sui principi etici che hanno guidato, nell'arco della sua esistenza, le scelte di Harvey.
   Un nuovo esame di coscienza dunque,  relativo all'osservanza o meno del Decalogo divino, questa volta demandato, alle capacità inquisitorie di Shanti che bombarda le asserzioni e le giustificazioni del marito, con inclemente puntualità, mettendo in causa proprio i dettami racchiusi nel minuscolo libretto che gli aveva donato la mattina di quello stesso giorno, il fatidico giorno del suo ottantesimo compleanno.
   Ancora una volta ci troviamo di fronte all'ennesimo tentativo di Harvey di assolvere il suo operato, mentre Shanti lo incalza assumendo il ruolo martellante della coscienza che si scuote e si risveglia in lui, in un terremoto di impulsi e sentimenti contrastanti.
   É questa una delle parti più intense e significative del romanzo, ancorata ad una riflessione profonda su temi scottanti della nostra contemporaneità: l'autore sembra metterci di fronte a un bivio, a un aut-aut che riguarda la nostra coscienza, di fronte a due scelte isolate, radicali, che non prevedono compromessi. Da una parte sta la posizione di Harvey che si assolve come “onesto peccatore”, in un ossimorico compromesso che giustifica un adattamento inevitabile ad un mondo che non è “il migliore dei mondi possibili” come asseriva Leibniz nella sua Teodicea, ma un mondo peccatore, violento, egoista, insensato, storpio, gretto...e chi più ne ha più ne metta.      Nell'ottica di Harvey, il solo possibile riscatto (ciò che fa “onesto” il peccatore) è nel vivere secondo le regole che l'uomo si è costruito, una sorta di Decalogo alternativo che apre ad una alternativa realtà. 
   Molto interessante è perciò questo dibattito interno alla sua coscienza,  materializzato nelle due figure estrinseche - quella di lui e quella della moglie - intorno al rapporto tra una “realtà concreta” e una “realtà  sovrastrutturata, immaginata e ricreata perché divenga essa stessa la realtà da sostituire ai veri fatti, ai concreti accadimenti.
   Si tratta di uno scontro di opinioni che avviene in quell'unità frantumata che è la coscienza egoica del protagonista. Essa pone il problema della liceità di una “creazione seconda” da parte dell'uomo, che non si attenga ai capisaldi della compagine dell'Universo, la cui vita, almeno nelle sue remote origini, non dipende dall'uomo. L'azione dell'uomo è senz'altro un prolungamento della creazione divina: ma in questo, è lecito sostituire al Decalogo divino, alla divina legge dell'Universo, la piccolezza e grettezza di una visione solamente umana, volta a sostituire e sovvertire l'ordine divino con la presunzione di un niccianesimo distorto che insedia l'uomo al posto di Dio?
   La posizione di Harvey è quella di adeguarsi a un mondo che invece di costruire, nell'unità di intenti, una pacifica cooperazione e un mondo migliore, ha ereditato un triste retaggio d'ombra di cui sembra impossibile disfarsi.
   Ma anche la posizione del defunto fratello che partiva da una visione ideale ed agiva per la creazione di un mondo migliore, non può, tuttavia, prescindere dalla violenza e dalla brutalità dell'assassinio. E questo ci dà il metro di una vischiosa situazione, quasi senza via d'uscita, e ci fa comprendere quanta “distorta” verità (ma pur sempre verità!) stia dentro alle parole del protagonista: un  ossimoro nuovo anche questo, che fa il paio con ”onesto peccatore”, con cui egli assolveva le sue scelte e il suo operato. 
   Il percorso lineare della fabula viene ulteriormente riproposto nel penultimo capitolo a chiarire le dinamiche della morte del fratello Gerald nelle quali Harvey è coinvolto.
   Il difficile rapporto col fratello nasce nel momento stesso in cui questi viene al mondo ed  ha le stesse radici dell'odio di Caino per Abele.
   Nella Bibbia, ma anche in molti altri testi extrabiblici, si fa riferimento alla gelosia e all'invidia di Caino per Abele - benché sulle ragioni di tali sentimenti, tra testo e testo, non vi sia concordanza. Gerald è quell'Abele che rende vulnerabile, fragile la struttura interiore di Harvey, la sua anima, ne accresce l'insicurezza e il timore di non essere amato e stimato come vorrebbe: la indebolisce, la ottenebra e, come per Caino, la apre al peccato, al fratricidio.
   E di fronte a questa compromissione, il suo spirito barcolla, sembra indietreggiare inorridito. La fine di Harvey è quella del padre Kristopher: sarà soggiogato dalle stesse visioni di bene e di male, da angeli e demoni, senza mai sconfessare il suo personale Decalogo, sostanzialmente ereditato dal padre e dalla società che ne ha plasmato la vita e l'anima.

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