Prefazione di Marco Onofrio a “La città invisibile” di Guglielmo Peralta
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- Category: Scritture
- Creato: 28 Maggio 2026
- Scritto da Redazione Culturelite
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Ha l’aerea levità di un essai settecentesco, adesa come una pelle intorno a un cuore pulsante di passione romantica, questo breve e prezioso romanzo estetico con cui Guglielmo Peralta dichiara il suo amore per la letteratura. Un amore sconfinato e letteralmente – oltre che letterariamente – incontenibile: come la città invisibile che traccia dentro l’universo la scrittura, «dove tutto è parola», abitato nella parola perché è, a sua volta, dimora dell’anima. Il riferimento immediato a Italo Calvino viene progressivamente esautorato, fin nelle prime righe, dalla tonalità diversa dell’approccio e dello stile: Peralta non ha la gelida impronta calviniana, e soprattutto non si compiace di “dimostrarsi” intelligente e inappuntabile. Ha una gestione magistrale della razionalità, che non è mai intellettualistica e non esclude il suo contrario: dentro vi crepita un fuoco lavico. Per esplorare i suoi «amatissimi sogni letterari» percorre sentieri scavati nel vuoto del mondo, vie inapparenti che traguardano dimensioni sottili del fantastico, sospese tra il medianico e l’iperuranico. Così sono le “librevie”, ad esempio quella interminabile del Romanzo come genere letterario; oppure l’Ideoteca, dove sono custodite le intuizioni da cui scaturiscono opere. Qui entra naturalmente in gioco il concetto della Soaltà, di cui Peralta detiene il conio filosofico, con la fusione e la sintesi armonica di due termini solo apparentemente antinomici, appunto sogno e realtà. Ribadisce anche in questo libro che «non diverso dalla realtà è il sogno», poiché è qualcosa di concreto, non ineffabile ma “nudo e crudo”, in grado di sorprendere fino allo sconcerto. La Soaltà dunque è, a un tempo, sogno e realtà: essa produce un incontro molto proficuo tra stupore ed emozione, che «ingravida la lingua e ne fa una stella danzante». Grazie a questo incontro il lettore può trovare risposte alla dolorosa insensatezza della vita ordinaria (compensare «il deserto di senso del mio esserci»), o almeno nutrire la volontà di prosciugarla. Le finalità esornative e consolatorie dell’arte non basterebbero, tuttavia, senza quelle ontologiche e assiologiche, tese alla ricerca della verità per realizzare la giustizia del bello e del buono. La scrittura ha il «potere di creare, di persuadere, di perdonare». Abbandonandoci alle sue dinamiche di rispecchiamento, in quanto «teatro del visibile e dell’invisibile», possiamo attraversare i livelli della realtà e le molteplici stratificazioni della bellezza, che «risplende nell’infinita costellazione delle sue luci ideali, di cui i libri sono la proiezione». Assai suggestivo l’appunto per cui la bellezza è «base di una potenza con esponente l’Infinito. E la potenza è la Poesia, che commuove ed eleva l’anima». Ma la verità? Dimora nel sogno, che è coscienza e rivelazione poiché «apre gli occhi e la mente allo stupore». La Poesia sta da sempre ad indicare che è tutta questione di sguardo: «il paradiso è perduto solo negli occhi di chi non sa coglierlo là dove l’amore regna e produce bellezza». La scrittura è «sorgente creatrice del possibile» dove «si racchiude l’universo, ha casa l’infinito», e infatti le pagine contengono moltitudini oceaniche di energie che «aprono mondi in un romanzo, in una poesia, in un frammento». Per questo l’universo letterario è patrimonio dell’umanità, grazie a cui si entra nel grande Libro della sua narrazione. E così, la letteratura è strumento di pace perché ci fa comprendere che «un uomo è gli altri, è tutti gli uomini». Chi, se non l’Uomo, rappresenta l’unità centrale di ogni libro esistente al mondo? Tutte le poesie scritte nel passato, nel presente e nel futuro, sono state, sono e saranno «episodi o frammenti di un solo poema infinito».
C’è un rapporto particolare tra la parola e il destino: sia quello di chi scrive, sia di chi legge e sia di chi vive idealmente dentro la pagina. Scrivere significa realizzare l’eternità poiché differisce la morte e consente di oltrepassare sé stessi, i propri limiti. Peralta auspica una agapica unione tra persone e personaggi, che definisce «amati compagni della mia vita letteraria. Sono tanti, troppi, per nominarli tutti» …fra gli altri, Orfeo, Euridice, Paolo, Francesca, Macbeth, Giulietta, Romeo, Puck, Oberon, Amleto, Ofelia, Alice, Raskol’nikov, Gregor Samsa, i sei Personaggi di Pirandello, Montag, ecc. Il problema è che, a differenza del nostro, il destino dei personaggi non è trasformabile: «non si può stravolgere, modificare o cancellare tutto ciò che è stato fissato nei libri». Ecco allora il sogno che Peralta, come tanti lettori di ogni tempo, matura in queste pagine: incontrare i personaggi, «entrare nelle loro storie» e mutarne le sorti:
Sì, sono vivo, sono vero. E sono il sogno che mi conduce, da trasgressore, per questa Città sconfinata per sollevare dalle pene del cuore chi ha subito violenze, ingiustizie, abusi; chi è stato oggetto di odio, gelosia, indifferenza; per rimuovere queste cause di disperazione, d’inferno e di morte.
Qual è lo strumento per riscrivere il destino dei personaggi? La “lingua purificata”, che ci fa destinatari e destinatori d’amore, bontà e bellezza, portando su un piano spiritualmente più alto le riflessioni ontologiche di Heidegger e quelle identitarie di Canetti: Peralta parla di «lingua redenta e salvata» che è «portatrice di giustizia» poiché conforme al bene e alla bellezza attraverso cui scioglie le catene alle parole, aprendovi un cielo dove possano volare, libere e innamorate. Questa “grazia” del linguaggio implica la convinzione, anzi la fede, nel potere salvifico dell’arte contro la «violenza che, in tutte le sue forme, governa il mondo». Spetta alla poesia e ai geni dell’immaginazione creatrice operare verso la sublimazione delle brutture per avvicinare arte e vita, medicando la ferita – ma spesso è lacerazione – che ne caratterizza la «profonda cesura». Il geniale autore palermitano è ben consapevole dell’orizzonte ideale connesso a questo compito. Scrive infatti:
L’arte, che pure modella le sue creature, non possiede la parola segreta, il soffio divino, principio di vita.
Ciò non esime l’artista dal richiamo alla palingenesi di luce: muoversi «tra i rami intricati delle forme verso la luce del canto» dove, operando il “trionfo del vero” che solleva i personaggi dalle loro tragedie terrene, possiamo guarire e salvare noi stessi. Ma occorre scavare dentro il mistero reale che si annuncia nella veste del sogno, e quindi imparare ad ascoltare le infinite parole del silenzio, che non è mutismo vuoto ma dimensione feconda, propizia alle epifanie. Così anche l’azzurro monotono del cielo diventa “fertile”: gli occhi schiariti riescono a vedere le immagini che vi scorrono di continuo. L’artista autentico non può permettersi di rinunciare alla tensione visionaria che lo fa anelare all’«istante di grazia» da cui scaturisca finalmente la rivelazione. E soprattutto non può permettersi di rinunciare alla sacralità della parola, perché essa viene «a risvegliare ciò che non ha vita né nome. Ed essa è l’anima, che a tutte le forme dà tutte le vite possibili». Questa lingua purificata, incantata e innamorata, è l’ipostasi perfetta della Soaltà: infatti «unisce il sogno e la realtà, il visibile e l’invisibile, l’esperienza e l’immaginazione, il vero e il sottosuolo», sicché
Fa del mio cammino una meta di eventi miracolosi, un’epifania della bellezza.
Solo così il mondo potrà ricrearsi, cicatrizzando il vulnus che la bellezza non è in grado di colmare. Talché la bellezza, da sola, non può salvare il mondo: occorre anzitutto una nuova lingua con cui allearsi per esperire ed esercitare la buona erranza, che poi è anche beata perché piena di amore infinito, al punto che nella “lingua purificata” possiamo e dobbiamo «amarci, cercarci, ritrovarci». L’erranza è motore e assetto del viaggio, e di questo, in fondo, si tratta qui: La città invisibile è un viaggio interiore di transito e centratura lungo il corso del “fiume karmico” che si svela nei libri. E il motto ideale dell’opera potrebbe ravvisarsi in questa frase emblematica:
Mi sorprendo a camminarmi dentro mentre cerco l’uscita.
Chiunque sia in cerca di uscita, cioè di cura e guarigione, non potrà non innamorarsi del libro di Guglielmo Peralta, affidandosi all’arabesco polifonico della sua scrittura, alla musica delle sue idee, alla bellezza salvifica delle sue pagine.




